OLINDO GUERRINI.
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BRANELLI.
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Parte 1.
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1911. Floreal Liberty Editrice, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Un panorama pressocch conpleto delle brevi novelle, per lo pi umoristiche, dell'esilarante scrittore e poeta romagnolo Olindo Guerrini, ben noto anche sotto le vesti della sgangherata poetessa Argia Sbolenfi e dell'illustre ed improbabile critico e autore Lorenzo Stecchetti in una nuova edizione che si aggiunge a quella di A. Sommaruga.
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L'Autore.
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Nato a Forl nel 1845, mor a Bologna nel 1916. Fu dapprima impiegato, poi - attivit pi consona al suo temperamento - direttore della biblioteca dell'Universit di Bologna, frequentata da amici quali il Carducci e il Panzacchi. Nel 1877, pubblicando il volume di poesie Postuma, lo attribu a un cugino morto di tisi a trent'anni. Nacque cos lo pseudonimo di Lorenzo Stecchetti. La sua poesia, blasfema e anticonformista, fu considerata l'emblema del dominante Verismo letterario. Altri volumi da ricordare: Polemica e Nova Polemica, pubblicati entrambi nel 1878. L'opera poetica completa apparve due anni dopo la sua morte.
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INDICE di questa parte.
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Primo passo.
Santo Natale.
Neve.
Biblioteche.
Delle biblioteche.
Per una guida.
Monte Coronaro.
Propriet letteraria.
La propriet letteraria.
Il monte Santo di dio.
Le poesie di Angelo Viviani.
L'ultimo amore.
Le Memorie del principe di Metternich.
Metternich.
La principessa di Metternich.
In Sacris.
Nebbia in montagna.
Nel bosco.
In Lapponia.
L'imitazione e Giacomo Leopardi.
Di nuovo.
Gli ultimi anni di G. Leopardi.
Polemiche intorno al Leopardi.
Maria Malibran.
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FINE Indice.
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IL PRIMO PASSO.
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Ecco come and la cosa.
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Nell'inverno del 1868 io davo ad intendere alla mia famiglia di studiar legge; anzi per confermarla vie pi nell'errore, alla fine di quell'anno mi laureai.
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Parentesi. Mi ricordo che ci chiusero nell'Aula Magna dell'Universit. Eravamo otto o dieci candidati, di quelli allegri come non se ne trovano pi. Venne il professore di Diritto Canonico, munito di una borsa gigantesca che conteneva la bellezza di sessanta palle. Ognuno di noi immerse la mano nel venerando borsone ed estrasse una palla sola, il cui numero corrispondeva a quello di una tesi da svolgere in iscritto. Mi tocc una tesi laconica: Del Comune; una tesi che non conoscevo nemmeno di saluto.
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Il professore se ne and e noi ordinammo la colazione. Ci parve che il vino, che era buono dovesse rischiararci le idee, e ne bevemmo... si sa... ne bevemmo... con molto piacere. Mi ricordo anche, un po' confusamente, di aver ballato con molta energia, insieme ai colleghi, intorno ad un mappamondo in mezzo all'aula, e di aver riscossi unanimi applausi per l'esecuzione brillante dell'esercizio ginnastico detto l'albero forcuto. Sul tardi ci decidemmo a lavorare, ed io comunicai i miei bollenti spiriti all'opera della mia sapienza giuridica.
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Cominciai coprendo di vituperii il cranio di Clemente Settimo perch distrusse la repubblica fiorentina, e finii rimproverando il ministro Menabrea perch dopo Mentana non era andato a Roma. Domando io che cosa c'entrava questa roba in una tesi di diritto amministrativo? E tra il principio e la fine ci era una tempesta di punti ammirativi, di apostrofi, di sarcasmi, d'esclamazioni; c'erano dentro tutte le pi calde figure rettoriche possibili. Era insomma una tesi un poco brilla. Cinque o sei giorni dopo, la mattina a digiuno, coll'abito a coda di rondine e la cravatta bianca, dovetti recarmi all'Universit per leggere e sostenere pubblicamente la mia tesi davanti alla Facolt ed agli ascoltatori.
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Lessi, ma in parola d'onore, avrei preferito di non leggere. Mi vergognavo. Tutto quel lirismo bacchico recitato a bassa voce da un giovine a digiuno, in soggezione e colla voce spaurita, doveva fare un bell'effetto. Alle interrogazioni dei professori, m'impaperai, dissi degli spropositi cavallini, feci una figura scellerata, e forse mossa da un delicato senso di compassione la Facolt mi approv a pieni voti. Vorrei esprimere la mia gratitudine ai benefattori, ma credo che sia tempo di chiudere la parentesi).
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Dunque, nell'inverno del 1868, invece di leggere il codice leggevo dei versi. Ma leggevo per lo pi dei versi francesi, non trovando niente in italiano che finisse di piacermi. Giudicavo tutti i nostri poeti recentissimi colla avventatezza dello studente che procede per simpatie ed antipatie e tutta la nostra lirica contemporanea mi pareva vuota, affettata, frigida.
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L'eterno Iddio Manzoni era l'oggetto del mio odio accanito; e tutto quel cristianesimo n carne n pesce degli scrittori che adorano san Pietro e dicono male del suo successore, mi dava delle ore di bile felice. Il mio vangelo filosofico era la Filosofia della rivoluzione del povero e grande Ferrari; e in questo forse ho cambiato poco. Potete dunque immaginare il gusto che mi dettero poi le lodi prodigate all'abate Zanella! Badate bene!
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Se l'amor di Dio messo in versi mi fa sempre presso a poco lo stesso effetto, non giudico pi cos sfacciatamente in cose d'arte. Voglio solo dire che allora l'odio al romanticismo cristiano e cattolico mi accecava e mi faceva giudicare colla ferocia di un antropofago.
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La sera, prima di andare a letto, facevo dei versi.
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Li facevo in pantofole e ci si sentiva. In quelle crudelissime poesie ingiuriavo atrocemente la Trinit ed il resto. Traducevo La Guerra degli Dei del Parny, Voltaire mi pareva fiacco e, quando trovavo qualche cosa che non mi andava a verso, picchiavo coi pugni sul tavolino e insolentivo l'autore e i suoi ascendenti in linea mascolina e femminina in perpetuo. Non mi consigliava nessuno e da nessuno avrei accettato consigli. Avrei scaraventato subito il volume dell'Aleardi in faccia a Mentore stesso. Non si  giovani per niente.
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In quell'anno venne fuori il Levia Gravia del Carducci. Non conoscevo l'autore di persona, e quando lo conobbi, mi diede sempre tanta soggezione, che si sono voluti dieci anni di amichevoli relazioni prima di decidermi al tu confidenziale. Anzi  stato lui che ha cominciato col tu, ed anche ora, quando si parla sul serio di letteratura o di storia, mi scappa quel lei benedetto. Allora insomma non lo conoscevo e si pu anche dire che egli era conosciuto da pochi. Il Levia Gravia non lev gran rumore, un po' perch allora non si credeva possibile di far buoni versi dopo il Manzoni ed anzi pareva sfacciataggine provarcisi; poi, perch in quel libro non c'era politica. Ma io lo lessi; e stucco e ristucco di tutta quella devozione rimata che stagnava in Italia, rimasi ammirato di non trovarci dentro i soliti angioli e le solite madonne.
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Trovai finalmente il poeta mondo dalla lebbra del sentimentalismo ipocrita che odiavo, trovai finalmente qualche cosa di nuovo, di originale, e non le solite rifritture manzoniane. Fino i metri non erano pi quelli del sempiternale - Ei fu! Siccome immobile - e gli affannosi decasillabi, noiosi nel loro isocronismo come il pendolo dell'orologio. Ma qui non faccio l'autopsia critica del Carducci; dico solo per dire che mi colp subito e, presa la penna, scrissi due o tre colonnini di roba entusiastica certo, ma sconclusionata parecchio.
Si sa: quando si  scritto qualche cosa adversus genies, viene la voglia di stamparla.
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Ricopiai la mia sconciatura in magnifica calligrafia e la portai ad un giornale che si chiamava l'Amico del popolo.
Era un giornale repubblicano: lo dice il titolo preso dal giornale di Marat. Scritto da brave persone, aveva per il difetto di quasi tutti i giornali repubblicani, quello di parlare sui trampoli come i proclami. Aveva degli articoli di fondo scapigliati, infocati e sbraculati, e se non si fosse saputo che gli scrittori erano brava gente incapace di torcere un capello a nessuno per cattiveria, si sarebbe potuto credere che l'ufficio dell'Amico del Popolo fosse una tana, di cannibali infermi mezzo d'idrofobia e mezzo di delirium tremens.
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E il Governo (i Governi, come i mariti, non sanno mai le cose bene) credeva proprio che in quelle innocenti camere terrene della Siliciata di Strada Maggiore accampasse una masnada di settembrizzatori assetati di sangue umano, perch periodicamente faceva cercare e arrestare qualcuno dei collaboratori. Che tempi erano quelli, dopo Mentana! I repubblicani confessi erano sempre aspettati nelle carceri di S. Giovanni in Monte e, tenuti pericolosi, erano per le persone pi sicure della citt, poich la sera andavano a casa scortati dalle guardie di sicurezza vestite da uomini. Ma lasciamo andare.
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Piano piano, con un po' di tremarella, mi diressi all'antro dell'Amico del Popolo. Entrato sotto al portone, vidi un uscio con un cartello dov'era scritto Direzione, e dietro l'uscio si sentiva un rumore di voci, un pandemonic che ricordava una scuola di ragazzi in rivoluzione. Bussai, due o tre voci mi dissero avanti, spinsi, l'uscio, ma non vidi nulla.
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Non vidi nulla perch dentro c'era un fumo tanto denso che si sarebbe tagliato col coltello. Dieci o dodici pipe mantenevano quel nebbione nell'antro. Si capiva che c'era molta gente e si sentiva una voce misteriosa uscir dalla nube come la voce di Dio sul Sinai. Rimasi ritto presso l'uscio e sentii la voce declamare un articolo di fuoco e di fiamme. E' passato tanto tempo, che non lo ricordo pi; ma c'entravano il sangue, le fogne, la spada di Damocle, il toro di Falaride, eppur si muove, la cuffia del silenzio, Dionigi il tiranno, Torquemada, Polignac, i fulmini e le saette. Io rimasi un poco sconcertato in principio, perch non pareva che dicesse sul serio: ma quando sentii uscire dalla nube alcune voci d'approvazione, la presi sul serio anch'io e, tirato fuori un sigaro, collaborai col mio fumo a quello della comunit.
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Dopo un po' di tempo fin la declamazione dell'articolo di fondo, finirono le approvazioni, e i personaggi uscirono ad uno ad uno, involti sempre nella fitta nebbia di fumo di pipa. Mi avvicinai ad un monumento nero che travedevo in fondo alla camera e che giudicai uno scrittoio. M'immaginavo che dietro ci fosse il direttore del giornale un buon diavolo che and a finire, credo, nelle ferrovie e che in quei tempi scoccava acutissime quadrella alle borse dei conoscenti.
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Offersi l'articolo, lo misi sul monumento che il senso del tatto mi assicur essere uno scrittoio, e non ebbi altra risposta che una serie infinita di grugniti che non sapevo se approvativi o improbativi. Quando ebbi finito di parlare, non sentendo di l del monumento nessun segno di vita umana, tornai indietro, e trovata la porta a tentoni, uscii all'aria aperta. Oh, come respirai largamente! Era ancor freddo, ed il vapore del mio alito mi pareva il residuo del fumo aspirato nell'antro.
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Per alcuni giorni lessi assiduamente l'Amico del Popolo sperando di vedermi stampato, ed ogni giorno mi portava una disillusione di pi. Finalmente l'articolo apparve in appendice!
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Cos stampato mi faceva un altro effetto, mi pareva pi bello, e l'avr letto dieci o dodici volte in fila. Non descrivo l'emozione e i palpiti dello sciagurato che ha peccato la prima volta in tipografia. Ferdinando Martini ha descritto tutto con un verismo cos preciso, che mi rimetto a lui.
Pareva anche a me che tutti in quel giorno dovessero guardarmi. Ero superbo come uno Sci di Persia e guardavo d'alto in basso l'intera umanit.
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Per, passeggiando fuori di porta, in un vicolo dove bisogna camminare con precauzione, vidi l'Amico del Popolo tagliato a pezzi e steso a terra come vittima di una faticosa battaglia. Torsi il viso e le nari con dispetto, quasi fossi stato personalmente offeso. Ahim! Da che altezza precipitai!...
Questa  la vera e precisa relazione del mio primo passo nella via della pubblicit.
Compiangetemi.
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SANTO NATALE.
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La signora Giovanna spalanc la porta e poco manc che me la sbattesse in faccia. Le scapp un atto d'impazienza e mi disse:
-Senta: faccia a mio modo. Lei vada a letto.
-Dunque-risposi-c' ancora molto tempo?
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-Lei non ci pu far nulla. Anzi ci rompe la testa, ci imbarazza... l'abbiamo sempre tra i piedi... Vada a letto. Che cosa vuol farci lei?
E mi volt le spalle avviandosi verso la cucina che dalla porta aperta fiammeggiava come una fornace accesa.
Io avevo sulla punta della lingua una domanda sciocca.
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Volevo domandarle se il nascituro sarebbe maschio o femmina; ma capii che non era il momento di fare domande sciocche. Perch s'impazientisse la signora Giovanna, di solito cos cerimoniosa, bisognava proprio che avesse altro per la testa; e piano piano ritornai a chiudermi nello studio.
Il fuoco era acceso e la poltrona mi tendeva le braccia. Come sono lunghe le ore dell'aspettazione!
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Di fuori nevicava e i fiocchi di neve gelati della notte e cacciati dal vento battevano sui vetri, fitti, fitti, con un fremito sommesso, quasi timido e doloroso. Il vento di quando in quando mandava un lamento, poi si chetava, e il silenzio non era rotto che dal rumore strano e velato delle poche e lontane carrozze sulla neve, e dal passo cadenzato e lento delle guardie che passavano sul marciapiede allontanandosi a poco a poco.
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Il silenzio della notte  sempre solenne e misterioso, ma quando si hanno i nervi tesi dalle veglie e dal caff, quel silenzio diventa come vivo e pare che qualcuno o qualche cosa vegli in una aspettazione muta e paurosa nelle tenebre profonde. Si attende non si sa che, quasi come il silenzio dovesse essere squarciato dalla rivelazione improvvisa e rumorosa di un mistero. Si aspetta, si tende l'orecchio inconsciamente come per interrogare il grande enigma delle tenebre silenti, finch la tensione si rallenta e l'incubo dell'aspettazione si risolve nei vaneggiamenti del sogno.
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Che libro leggessi non lo so e non lo sapevo neppur quella sera. Ma ricordo bene che presto mi cadde di mano e cominciai a fantasticare cos tra la veglia e il sonno. Mi ritornavano in mente i bei giorni trascorsi in villa colla mia povera bimba e sentiva ancora le sue parole come se l'avessi lasciata poco prima.
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La rivedevo bionda, rosea; sorridente attraversare con me i campi dove le spiche mature erano alte come lei, dove i passeri spaventati dalle nostre risa volavano via cinguettando. Mi ricordavo il giorno in cui andammo assieme a pescare ed io la portavo sulle spalle per attraversar l'acqua e stavamo tutti e due nascosti nell'erba fresca ed alta delle rive, in silenzio, aspettando. Sentivo il suo grido di trionfo quando una lasca minuscola finalmente penzigli dall'amo, e la vedevo ritta, coi ricci per le spalle e la felicit negli occhi, batter le mani e gridare.
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Oh quegli occhi, azzurri come foglie di mammole, grandi come occhi di donna, io li vedevo e li vedr sempre che mi guardano come nell'agonia sua, imploranti un aiuto che io non poteva dare, nuotanti gi nelle nebbie della morte, ma sempre grandi, sempre azzurri, belli sempre ed ora per sempre chiusi. Si pu soffrire al mondo quanto soffrii adagiandola colle mie mani nella cassa e chiudendole gli occhi, i dolci occhi che non posso ricordare senza sentire qualche cosa che si straccia nelle mie viscere?
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Per questo desiderava che mi nascesse una bambina, e tremavo pensando che i presagi eran poco favorevoli al mio desiderio. Fino nel sogno mi inseguivano i pensieri angosciosi del giorno e li divideva certo la povera martire che sul suo letto di dolore aveva troppi altri strazi che la laceravano. E cos sognavo, quando il silenzio notturno fu rotto da un grido acutissimo, da un vagito lungo che mi rimescol tutto il sangue dentro e mi fece saltare in piedi desto ed ansante.
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Accorsi, ma sull'uscio la signora Giovanna che entrava affacendata mi ferm col suo non si pu rigido ed alle mie domande non rispose che con una alzata di spalle chiudendo l'uscio. Non potevo star fermo, mi mordevo le labbra, mi tiravo i capelli ed avevo caldo. Aprii la finestra, dalla quale irruppe nella camera la luce chiara e diffusa del mattino fatta pi viva dal riflesso bianco della neve. Di fuori non c'era altri che la guardia del gas che spense correndo gli ultimi lampioni; poi pi nessuno. Il silenzio ridivenne profondo e cupo. Mi pareva, non so perch, che stesse per accadere una disgrazia.
Quando Iddio e la signora Giovanna vollero, potei entrare..
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Mi chinai sul letto e chiesi a mia moglie:
-Come va?
- rinata la Lina-rispose sorridendo.
Nella culla bianca, affondata tra i veli ed i pizzi, giaceva la nuova venuta riposandosi della fatica fatta nel venire al mondo.
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Quando allontanai il copertoio per vederla, la neonata apr gli occhi e mi guard.
Era lei! Erano i suoi occhi, i suoi dolci occhi, azzurri come le mammole! Era la povera morta che mi guardava ancora cogli occhi della sorella!
Come non diventano matti i babbi in certe occasioni?
Oh, Santo natale della bimba mia, che tu sia benedetto!
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NEVE.
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C' la neve?
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Vi pare una domanda sciocca, non  vero? Eppure in casa mia ha una grave importanza, poich in un momento di tenerezza paterna ho avuto la imprudenza di prometterla al mio bambino che non ricorda pi quella dell'anno passato. Io gli ho promesso la neve per il giorno di Natale io che l'ho avvezzato a credere ciecamente alle mie parole! La stagione si manteneva sempre eccellente e cominciavo a fare il diplomatico col signorino, cercando di preparare delle scappatoie alla paterna autorit. Ho insinuato cos alla larga certi dubbi impertinenti sulla infallibilit dei lunari, e prendendola da lontano, ho fatto per incidente certe subdole supposizioni che implicavano la perfetta serenit del giorno di Natale; ma non c' stato verso di proteggere decentemente la mia ritirata.
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Questa sera stessa dipingevo con colori vivacissimi (non faccio per lodarmi) e con eloquenza meravigliosa, le delizie di una passeggiata da farsi nel santo giorno, con un sole splendido ed un cielo sereno, sino ai giardini pubblici, dove al caff vendono i dolci tanto buoni. Il signorino mi ascoltava serio serio, colle mani dietro la schiena napoleonica, e pareva soddisfatto della magnifica prospettiva di vedere i pesci rossi nel laghetto e di mangiare i pasticcini al caff, quando ad un tratto mi ha chiesto a bruciapelo se ci sar anche la neve!
La mia autorit  in pericolo! Come potr io godere la confidenza del primogenito che ho ingannato cos?
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 Mi domando spaventato con quali doni potr asciugare le lacrime della sua prima disillusione. C' in una bottega un tramway di latta che gli deve aver ferito la fantasia; ma baster a fargli dimenticare la neve promessa? Io domando a che cosa serve l'Ufficio meteorologico centrale che manda tanti curiosi telegrammi ai giornali? A che cosa serve leggere nel foglio della sera che oggi  stato bel tempo?
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C' bisogno di telegrafarlo da Roma, quando gi io sono uscito senza pastrano? Quanto pi utile sarebbe quell'Ufficio se sapesse dire in tempo ai poveri padri di famiglia:-Badate di non promettere la neve pel giorno di Natale ai vostri bimbi perch quel giorno sar sereno! Allora si capirebbe il perch di tanti impiegati e di tanti telegrammi. Ma a mezzanotte non sanno dire che tempo far al tocco. Oh la scienza! Meglio il lunario, che almeno qualche volta ci coglie.
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Iddio misericordioso mi tenga le sue sante mani sul capo e non permetta mai ch'io faccia di questo periodico una cattedra di irreligione, specialmente in questi giorni benedetti. Ma per mi sia permesso di dolermi che la tradizione cristiana, e specialmente cattolica, abbia incorniciata la nascita del suo Messia con tutti gli orrori della stagione invernale. Anche a me sono noti, press'a poco, i risultati della moderna esegesi che tendono a stabilire Nazareth e non Betlemme come luogo di nascita di Cristo, secondo il Vangelo di Giovanni.
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So benissimo che il censimento di Quirino, che la leggenda ritiene causa del viaggio a Betlemme,  almeno di dieci anni posteriore all'anno della Nativit secondo Luca e Matteo, poich i due evangelisti fanno nascere Ges sotto il regno di Erode e il censimento non fu fatto che dopo la deposizione di Archelao e che ad ogni modo questa operazione amministrativa dovette aver luogo solo nelle provincie romane e non nelle tetrarchie. Ma non  il caso di sfoggiare una erudizione troppo facile per tacciare di inverosomiglianza tante pie leggende, e ripeto che non voglio tener cattedra di irreligione. Solo mi preme di protestare contro la tradizione della neve natalizia, cui debbo il mio paterno imbarazzo.
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Che a Nazareth l'inverno sia rigido, lo credo, bench io non ci sia mai stato n d'inverno n d'estate. Bench Nazareth sia ad una latitudine anche pi meridionale di quella di Tunisi e le linee isochimene notino per quella regione una temperatura invernale di + 10 centig. in media, so che la patria del falegname Giuseppe  sul monte e quindi soggetta a squilibri forti di clima. Ma poich la tradizione pia fa nascere Ges a Betlemme, molto pi al sud, in latitudine pi meridionale di Tripoli, in luogo montuoso ma aperto ad oriente e riparato a settentrione dai monti che limitano la riva sinistra del Cedron, dubito che la neve fosse molto alta la notte del 25 dicembre dell'anno 1.
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Sant'Epifane (vedete come la so lunga!) mette il Natale ai 6 di gennaio, e San Clemente Alessandrino dice che ai suoi tempi chi lo celebrava nel 19 o 20 d'aprile, chi al 20 maggio. Nel passato secolo vi fu chi sostenne che il Natale doveva cadere in settembre, ma il calendario del Bucherius mette la festa ai 25 di dicembre, e la Chiesa la celebra in quel giorno.
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Certo in dicembre  freddo; almeno per lo pi l'inverno  gi inoltrato verso la fine dell'anno. Ma se badassimo alle tradizioni ed ai quadri dei pittori, tra i gradi 31 e 32 di latitudine dovrebbe esistere la Siberia e non la Giudea. Ci dipingono certe nevicate da fare invidia alla Groenlandia, mentre anche ora gli ulivi prosperano a Betlemme senza paura di morire gelati. Giacomo de Vitry narra che l'esercito dei crociati, giunto sulle rive del Giordano a met di Novembre, prese un bagno con molto piacere. E se al 6 di gennaio  solennizzato il battesimo di Ges che fu dal Battista immerso nel fiume, certo il Giordano non doveva essere gelato anche secondo l'idea della Chiesa. Quanto al bue ed all'asinello, non hanno che una dubbia frase del profeta Abacucco per giustificare la loro presenza nel presepio; e ad Abacucco ne lasceremo tutta la responsabilit.
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Dunque il Vangelo non ci dice che nel giorno di Natale, a Betlemme, nevicasse. La geografia fisica lo nega. Perch dunque dovr esserci la neve quel giorno? Perch queste belle ed erudite riflessioni non mi vennero in mente quando promisi la neve al mio bambino? Chi lo persuade ora? Se gli cito Abacucco, ho paura che non lo prenda sul serio. Specchiatevi, padri imprudenti, e vedete dove vi pu trascinare una promessa fatta leggermente!
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Il profeta Daniele dice Benediciamo i ghiacci e le nevi del Signore, e questo invito mi ricorda l'egoismo de' miei desiderii. C' troppa gente al mondo per la quale la neve  una tribolazione: desiderarla  dunque male. Lasciamo che il profeta la benedica e speriamo che i poveri possano farne a meno oggi. Comprer il tramway al mio erede, che dimenticher le promesse paterne, ed i bimbi dei poveri saranno contenti perch oggi avranno meno freddo. Tutto quindi ander pel meglio.
Ma io l'ho tuttavia colla scienza che non mi ha saputo guidare nelle promesse.
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Sono oggi dugentotrentanove anni che il signor Ovidio Montalbani, il Rugiadoso Accademico della Notte e fra gl'Indomiti lo Stellato, pubblicava la sua Chiologia, cio Discorso sulla Neve, e press'a poco sapeva quel che sa l'Ufficio meteorologico centrale. Sapete come si scriveva nel seicento? Ebbene, il Montalbani dedica il suo libro ad un conte Riario cominciando cos: "La neve che io tratto nel presente discorso non sa intiepidire: ella ha riscaldato gagliardamente quel riverente affetto con che gran tempo fa vivo ambitioso della gratia di V. S."
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Nientemeno! Egli ci dice pi avanti che la neve "coll'inertia d'una quiete stagnante fabrica veloci le ali agli odori, et la medesima si dichiara per indivisa compagna della Mestitia et della Giovialit". Proprio quello che dicevo! Mentre la neve pel mio bimbo sarebbe compagna della Giovialit, per altri bimbi lo sarebbe della Mestitia. E andate poi a parlare di progresso mentre l'Accademico Rugiadoso, due secoli e mezzo addietro, diceva quel che dico io!
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Nel 1644 l'Accademico Stellato affermava che l'oroscopo "trigonocratore dell'uno cielo ed oriocratore del proprio luogo" lo induceva a credere che "le feste natalitie non saranno tanto rigorose nel freddo quanto i giorni adietro, overo che riusciranno serene". Non so se l'indovinasse per quell'anno; so che l'indovina per questo. Provino un po' i meteorologi odierni, che non usano termini meno difficili, ad indovinare che tempo far per le feste di Natale del 2122? Vedremo se ci colgono. S, lo vedremo!
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Facciamo pure senza la neve poich tutti ci guadagnano e tanto il tramway l'avrei dovuto comprare lo stesso; e in questo giorno in cui gli angeli hanno cantato pace in terra agli uomini di buona volont perdoniamo anche ai meteorologi, che in fatto di buona volont e di buone intenzioni (l'inferno ne  lastricato) non sono secondi a nessun'altra classe di scienziati. Pace dunque al padre Denza e al Ministero della Marina.
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BIBLIOTECHE.
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Lo Sterne nel Tristam Shandy sostiene che ogni uomo a questo mondo ha il suo dad, il suo cavalluccio; e da noi si dice che ognuno ha il suo ramo di pazzia, anzi Alfredo de Musset scrisse in versi che in Italia questo grain de folie lo abbiamo proprio tutti. (Tra parentesi, era un verista lo Sterne? Non si direbbe, ma chi seguisse le teorie di certi ipercritici, dovrebbe ammetterlo. Infatti se per quei signori il verismo sta tutto nel parlar di grasso, lo zio Toby non parl di magro.) Ora il mio dad sono le biblioteche e non me ne vergogno davvero. Sono stato un pezzo in bilico se dovessi ammattire per le biblioteche o pel giuoco del tresette, quando finalmente mi sono deciso per le biblioteche. Il tresette mi avrebbe dato minori disillusioni; ma la pazzia che ho scelto mi porge almeno il destro di scrivere nei giornali; il che lusinga molto l'amor proprio del mio portinaio che non sa leggere.
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L'argomento del resto  appunto arrivato, direbbe Bismark, al momento psicologico. Noi diciamo che  maturo, e la figura rettorica cos  pi giusta, poich il frutto maturo o si coglie o marcisce e cade. E poich l'argomento delle biblioteche marcir negli archivi del ministero e cadr in dimenticanza, se gi non c' caduto,  proprio il caso di una locuzione figurata da porgere ad esempio agli sventurati s, ma infelicissimi studenti dei licei.
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Ad una domanda del deputato Martini, il solo, fra cinquecento deputati che si suppone sappiano leggere, il quale si sia fermato a dare un'occhiata a quel capitolo del bilancio, ci  toccato di sentire il ministro per la pubblica istruzione confessare non aver potuto leggere il rapporto della Commissione d'inchiesta sulla Vittorio Emanuele senza arrossire. Quella biblioteca, per norma dei lettori, non  nell'isola di Pantelleria, ma a due passi dalla Minerva.
Vien dunque fatto di ricorrere a quell'aritmetica che par diventata privilegio dell'onorevole Bernardino Grimaldi, e ricordando la regola del tre, brontolare spaventati: "Se tanto mi d tanto!..."
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Come sorveglia il Ministero le biblioteche dello Stato?  una innocente domanda alla quale non so che risposta si possa dare. Il Ministero infatti si contenta dei rapporti, dei conti e delle statistiche che gli mandano i bibliotecari, onestissima gente, incapace di usare nemmeno in sogno de' quattrini e delle cose pubbliche, ma soggetta come tutti gli uomini di questo mondo a sbagliare. Onestissima gente, piena di buona fede, ma esposta a tutti i pericoli cui la buona fede espone: almeno cos si  visto nella biblioteca Vittorio Emanuele.
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Come dunque sorveglia il governo, come si guarda da questi pericoli? Con un semplicissimo sistema che ho visto nel 1870 applicato alla nettezza pubblica in Subiaco: aspettando cio che la divina provvidenza mandi un temporale a spazzar via tutto, il buono e il cattivo, le immondizie ed il bucato disteso, aspettando un qualche pasticcio troppo grosso per nominare una commissione d'inchiesta che faccia piazza pulita alle immondizie dell'avvenire. Questo sistema sublacese  economico, ma via, non  igienico.
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E pensare che l'Italia, giardino del mondo  un portento di fecondit meravigliosa in tutto, anche e specialmente in commissioni ed in ispettorati! Pensare che non si pu mettere il naso fuor della finestra senza veder passare una serqua di commendatori ispettori de omni re scibili et quibusdam aliis: pensare che i ministri si sono limati il cervello alla penultima cellula per trovare nuove cose da ispezionare, come l'industria e il commercio; pensare che dagli ispettori di pubblica sicurezza fino a quelli di finanza ce n' tanti che oramai sono pi loro che i contribuenti, e pensar poi che a queste povere disgraziate di biblioteche non hanno concesso nemmeno un cencio d'ispettorato nemmeno un commendatore, nemmeno un cavaliere spicciolo, tanto per dire che ce n' almeno uno!
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Proprio  difficile spiegarlo, a meno che non si voglia dire, con qualche apparenza di vero, che gli ispettori delle biblioteche non ci sono, appunto perch ce n' bisogno.
Ma qui pu darsi che questa millesima istituzione di ispettori sollevi qualche opposizione. Delle sinecure ce ne sono tante, che fare una diecina di canonicati di pi non torna conto.
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 verissimo. Io davvero non so se nel meccanismo della istruzione ci sia qualche ruota, qualche molla che abbia per ufficio questa sorveglianza delle biblioteche; passatemi la figura. Ma se questa ruota c', deve essere arruginita da un pezzo; se c' una molla, non scatta pi. Io ho vissuto molto in una biblioteca, dove ad onor del vero non c'era bisogno di sorveglianza o di controllo, ma dove anche ad onor del vero non s' mai visto nessuno a ispezionare o a controllare. Tutte le relazioni col governo centrale si riducevano a spedire parecchi chilogrammi di statistiche all'anno e a domandare inutilmente i quattrini della dotazione. Mai un cristiano si  presentato a chiedere come andavano le cose, ad informarsi de visu, a toccare colle proprie mani per conto del governo... Sbaglio. Ci venne il re col ministro della istruzione pubblica, con quello degli esteri e con quello dei lavori pubblici; ma era buio e poi ci stettero tre minuti precisi.
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Debbo dunque credere che nel meccanismo del ministero manchino le parti necessarie al controllo di cui parliamo: e se, per tema di istituire dei canonicati, non si vuol mettere assieme un congegno fisso, se ne pu combinare benissimo uno staccato, intermittente, volante. Voglio dire che si possono mandare delle persone pratiche ora al nord ora al sud, per dare un'occhiata ai libri, ai cataloghi, ai servizi. S'intende che non bisognerebbe avvisare una settimana prima che il commendator tal de' tali arriva alla tal'ora per fare un'ispezione, e s'intende che non bisognerebbe mandare un bibliotecario a riveder le bucce al collega.
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 Dato che nelle biblioteche avvengano degli inconvenienti, mi pare che il cercare di conoscerli a tempo non sia mal fatto; ma anche qui s'intende che al Ministero dovrebbero leggere i rapporti e non dare ragione a quella tradizione burocratica secondo la quale un ispettore mise una sardella tra le pagine del suo rapporto, e tutte le volte che torna a Roma a domandare un avanzamento, si reca agli archivi dove ha la soddisfazione di constatare che la sua sardella  religiosamente conservata. Il che davvero consola, poich prova che almeno gli archivisti fanno buona e fedele guardia.
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In tutto questo non c' nulla che possa offendere i bibliotecari. Non c' un colonnello che si creda offeso quando il generale viene a fare l'ispezione; una misura generale non pu offendere le suscettibilit degli individui. La Leda del capitano Salvi era una buona cavalla senza dubbio; ma se il capitano non l'avesse tenuta tra le gambe, credete che sarebbe arrivata a Napoli in tempo per vincere la scommessa? Era una buona cavalla, ma se il capitano si fosse addormentato, credete voi che non si sarebbe fermata un pochino a pascere un po' d'erba sui margini della strada Non si fa torto alla buona cavalla dicendo che fu aiutata molto dallo stimolo del cavaliere.
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Insomma, ispettori o no, pare oramai che a questa faccenda delle biblioteche sia da pensarci sul serio. I nostri nonni avevano l'abitudine di imprimere sul frontespizio dei libri certi bolli madornali che tra l'inchiostro e le frittelle d'olio coprivano ogni cosa. Ebbene, si deve a questa bestiale abitudine, a queste frittelle indelebili, se molti libri non hanno emigrato; e se nella biblioteca Vittorio Emanuele ci fosse stato un frittellume come dico io, l'emigrazione sarebbe stata minore.
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Parecchie biblioteche non hanno altro riparo contro le ugne dei bibliofili, letterati o no, che il bollo, in mancanza di cataloghi e d'inventarii. E notate che i bibliotecari non ne hanno colpa, poich a fare un catalogo ci vogliono delle braccia e dei quattrini che il governo non d, e che i bibliotecari, con ragione, non vogliono metter del loro. Se dunque questa propriet dello Stato, questa ricchezza della nazione fosse un po' meglio curata, sorvegliata, difesa, che male ci sarebbe? Almeno il ministro si risparmierebbe di dover confessare i suoi rossori e noi italiani non faremmo la bella figura che facciamo. Dico bene?
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DELLE BIBLIOTECHE.
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Carissimo signor Martini,
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Poich Ella mi tira in ballo citando la mia frase, in Italia non possono studiare che i ricchi, e poich siamo in carnevale, mi lasci ballare.
Ella sa bene come diavolo vadano le biblioteche italiane e lo sanno tutti gli altri infelici che hanno la disgrazia di studiare. Ma il pubblico che paga e il Parlamento che fa pagare non sembra che lo sappiano. Le nostre biblioteche, meno una o due onorevoli eccezioni, vanno avanti cos alla carlona, per forza d'inerzia e nient'altro. Lasciamo che hanno per lo pi certe doti (i bibliotecari chiamano cos gli assegni annui), certe doti colle quali oggi un povero babbo non troverebbe un cane che gli portasse via una ragazza, fosse anche pi bella della bella Elena Lasciamo che la dote del 1879 si paga nel 1880 e che il pagamento per ironia lo chiamano anticipo.
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Questo dipende dalle condizioni finanziarie dello Stato, e nessuno, o tutti, ci abbiamo colpa. Si potrebbe domandare per, perch con pochi quattrini si vogliono mantenere molte biblioteche e per giunta scrivere nei regolamenti che esse debbono tener dietro alla coltura generale, speciale, ecc. Se per tener dietro bastasse correre! Ma Fanfulla disse bene a Barletta: I denari sono pochi! e mentre le sullodate colture corrono come locomotive, le povere biblioteche spedate sono rimaste quasi tutte al secolo passato; n gli articoli dei regolamenti, per quanto pomposi, faranno comprare un libro di pi o bestemmiare uno studioso di meno.
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Si potrebbe anche domandare perch certe biblioteche siano figlie e certe altre figliastre, tanto che a pari grado c' chi nel bilancio segna dieci e chi cinque. Ma la pi bella cosa da domandare sarebbe la fotografia grande al vero di quel grande uomo che immagin di far pagare la ricchezza mobile alla dote delle biblioteche. Costui trad certo la sua vocazione, che doveva esser quella di scriver farse per far sbellicare dalle risa il pubblico e la guarnigione.
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E' buffa l'idea? Le biblioteche sono dello Stato. Ora che lo Stato faccia pagare la ricchezza mobile al bibliotecario,  una riduzione di stipendio bella e buona, ma in fondo chi paga  il bibliotecario perch lo stipendio se lo gode lui. Ma che lo Stato faccia pagare la ricchezza mobile a s medesimo  l'ideale della farsa tutta da ridere. Non le pare? E'vero per, che se si dicesse francamente che le doti e gli stipendi sono diminuiti di quel tanto e non tassati, l'amministrazione si semplificherebbe di troppo e non ci sarebbe pi bisogno di tanti giri e rigiri, registri e posizioni quanti ne occorrono ora a tessere i conti di questa razza di ricchezze. O che gli impiegati debbono mangiare il pane a ufo?
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E i bibliotecari? Ella ne cerchi i nomi nell'annuario della Istruzione pubblica e trover nomi sempre rispettabili, spesso illustri; ma illustri in tutto fuor che per la loro opera di bibliotecari e di bibliografi.
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Come avviene questo?
Avviene perch fino ad oggi il posto di bibliotecario era riputato dal Governo un canonicato da far godere a persone di merito, fossero o non fossero mai entrate in una biblioteca in vita loro. E i bibliotecari, meno s'intende poche eccezioni, hanno preso in parola il Governo e si sono occupati delle biblioteche quel tanto che occorre perch tirino innanzi nello statu quo ante. Il Governo poi, quando s' accorto che nelle biblioteche c'era di tutto fuor che dei bibliotecari, ha pensato che il criterio del merito era errato per quei posti, ed ha accettato nudo e crudo quello dell'anzianit, come ai tempi di Carlo Felice.
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Di pi ha ridotto l'ufficio del bibliotecario, a forza di articoli di regolamento, in modo che di bibliotecario non resta che il nome; sotto al quale non ci sono che le attribuzioni di un impiegatucolo qualunque, anche d'ordine. Quando si nominano e si pagano dei bibliotecari che non possono comprare una canzonetta da un soldo senza il permesso chi una Commissione, l'ufficio loro si riduce a tenere i registri. Ora per questo basta un diurnista. Ma il Governo non ha riflettuto che le biblioteche tutte le hanno fatte i bibliotecari sul serio, e non gli impiegati che sanno tenere bene i conti ed hanno una bella calligrafia.
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I regolamenti, altra invenzione prelibata per semplificare le cose, i regolamenti vogliono ora che per diventare bibliotecario si sia stato prima vice-bibliotecario; al qual posto non si pu aspirare se non si  prima stato assistente di primo grado, e cos gi fino agli assistenti di quarto grado, ai distributori e magari all'usciere. Si sa che questi regolamenti li hanno fatti quelli cui tornava conto, ma lasciamo andare. Resta che la carriera  chiusa a chi non percorra grado a grado tutta la scala.
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Se tornasse al mondo Ludovico Muratori, dovrebbe cominciare la sua carriera da fantaccino, anzi forse non la potrebbe nemmeno cominciare perch non avrebbe sostenuto l'esame di licenza liceale. Io conosco un signore, signore per sua fortuna, che  riputato per uno dei primi, il primo forse dei nostri bibliografi. Egli mise alla posizione il povero Panizzi che era pur qualche cosa, egli  domandato di consigli da tutti i bibliografi d'Italia e di fuori, a lui ricorrono tutti quelli che hanno bisogno di sapere quello che nessun bibliotecario nostro s' sognato mai di sapere. E'un signore, beato lui, e fa il bibliotecario della biblioteca sua; ma se domani, che Dio lo scampi e liberi, gli venisse la bizzarra idea di diventar bibliotecario del Governo, si sentirebbe rispondere a furia di articoli di regolamento che non pu essere bibliotecario chi prima non  stato ecc.
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Insomma, all'et di circa sessanta anni, stimato e rispettato per uno de' migliori bibliografi viventi, si sentirebbe offrire il posto di alunno. I regolamenti non ci sono per niente ed hanno chiusa la porta in faccia anche a me che scrivo, dopo tre anni di tirocinio. Nessun ministro e nessun regolamento mi ha creduto capace di saper leggere e scrivere, e non lo dico gi coll'amaro in bocca. Figurarsi!
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Dato per unico criterio l'inesorabile anzianit, a voler provvedere bene, sarebbe necessario un buon sistema di reclutamento. Invece, se ci fu mai cosa che suscitasse l'ilarit generale, fu appunto il regolamento per gli esami ai posti delle biblioteche. Chi non lo ricorda? Si chiedeva al candidato un po' di tutto, storia, letteratura, legge, medicina, matematica, lingue antiche e moderne... ci fu chi disse che s'era dimenticato un esame pratico di ostetricia. Ebbene, che risultato se n' avuto?
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Questo, che i posti secondari nelle biblioteche se li tengono avvocati che non trovarono cause, medici senza clienti, ingegneri in ozio, professori senza scolari, insomma tutti gli spostati che hanno avuto la fortuna di passare all'esame per l'indulgenza degli esaminatori atterriti dall'enciclopedico programma. Ci sono le sue eccezioni, lo so! ma nella massa siamo l, e da questa massa verranno i futuri bibliotecari del regno d'Italia; quod Deus averta!
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Lo strano  che con questo bel sistema di reclutamento si siano avuti fin ora degli impiegati onesti. Ella notava alcuni furti accaduti nelle biblioteche del regno e specialmente nella Vittorio Emanuele di Roma. Non sarebbe difficile farne una lista lunghissima, ed  noto che molte delle cose nostre rarissime od uniche bisogna cercarle ora nelle biblioteche inglesi. Con tutto ci io dico e sostengo che gli impiegati sono onesti, poich colla facilit del furto e colla paga derisoria che hanno, avrebbero a quest'ora dovuto vendere anche le scanse.
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L'anno passato, mentre facevo il mio tirocinio in biblioteca per il bel sfogo di prenderci cappello, capitarono due tedeschi. Non parlavano n francese, n inglese, n italiano. Io di tedesco ne masticavo allora meno che ora e non c'era modo di intenderci. Finalmente uno di loro, grande e cogli occhiali d'oro, disse: Marcus Tullius Cicero. Oh, il latino! Fu una idea luminosa, e cominciai a parlare la lingua di Cicerone con una eloquenza da fare arrossire il Vallauri. E la dicono una lingua morta! S'intende che in biblioteca non si porta l'abito di societ.
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Il regolamento vuole che in un dato mese dell'anno si spolverino tutti i libri; operazione che richiederebbe parecchi mesi a farla bene, un personale numeroso e sopratutto il trasporto dei libri gi nel cortile, se no la polvere rimane in biblioteca. Il regolamento  furbo! Si fa dunque come si pu, e la polvere, si sa, non manca mai nelle biblioteche, che sono chiamate appunto polverose. Ma la polvere dei libri sporca i panni, ed ecco perch si va vestiti alla meglio. Io poi andavo tanto alla meglio, che molti visitatori, ai quali facevo da cicerone, allungavano la mano per regalarmi mezza lira; rifiutata, s'intende, con un gesto di pudicizia offesa, degno d'esser fuso in bronzo.
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I miei due tedeschi parlavano tra di loro in tedesco, e allor chi li capisce? S'entra nella sala dei manoscritti e domandano di vedere quel che c' delle Epistole di Cicerone. Ne reco parecchi codici preziosi, quando quello dagli occhiali mi strizza l'occhio e mostrandomi un codicetto in pergamena mi dice nella pi pura lingua del Lazio se glielo voglio vendere. Mehercule! dissi io: an te pudet, Germane...
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Chi sa che bella pagina di latino ha perduto la moderna letteratura! S'intende che i due tedeschi se ne andarono scornati e il codice  ancora l, nel suo scaffale. Ma faccia conto che al mio posto ci fosse stato un povero diavolo carico di famiglia e di fame! Non c' che stracciare una scheda e stender la mano ai marenghi. Dunque? Dunque, cosa strana, gli impiegati delle biblioteche non sono forse al loro posto, ma sono onesti.
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Conclusione:
1. L'Italia  il paese che ha pi biblioteche e meno bibliotecari.
2. Se ci sono ancora biblioteche in Italia, si deve alla fenomenale onest degli impiegati retribuiti come tutti sanno.
3. Se si tira avanti cos, verr il giorno che essendo le biblioteche italiane in Germania o in Inghilterra, il bilancio risparmier le paghe del personale.
4. Il Governo fa il suo dovere; nomina delle Commissioni.
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PER UNA GUIDA.
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Luoghi pi belli non ne avevo mai visti.
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Sul giogo dell'Appennino centrale, dove la strada, raggiunto il valico tra la valle romagnola del Montone ed il Mugello dall'Alpe di San Benedetto scende a San Godenzo, sono alcune case bige, misere ed aggrondate. Il vento lass imperversa con furia d'inferno e le case hanno certe finestruole dove, non che il vento, non passa nemmeno l'ossigeno. Ivi, lungo la strada e pel tratto di parecchi metri, sta un muraglione massiccio e gigantesco, ornato di una iscrizione che narra come l'ultimo Granduca facesse costruire quel riparo perch il vento non travolgesse pi le carrozze, i cavalli e di viandanti nei borri l sotto.
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Dante sal a questo valico. Egli vide il Montone alle sorgenti, come ci fa intendere nel XVI dell'Inferno:
Come quel fiume, c'ha proprio cammino
Prima da monte Veso in ver levante
Da la sinistra costa d'Appennino,
Che si chiama Acquacheta suso, avante
Che si divalli gi nel basso letto,
Ed a Forl di quel nome  vacante,
Rimbomba l sovran San Benedetto
Da l'Alpe, per cadere ad una scesa
Ove dovria per mille esser ricetto;
Cos ecc.
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E forse fu quando si rec a San Godenzo con altri illustri fuorusciti per indurre gli Ubaldini a quei tentativi su Ganghereto e Gaville che, come gli altri, riuscirono vani. Il Del Lungo fa risalire al 1302 il documento actuu, in choro Sancti Gaudentii de pede Alpium che Dante firm; ed erano quindi passati 578 anni allorch noi seguivamo la stessa via.
L'ultima delle casupole che stanno sul valico  l'osteria della Mea, dove giungemmo sull'imbrunire. Ai Poggi, poco lontano, c'era stata in quel giorno una fiera celebre nei dintorni, e la strada davanti all'osteria, era affollata. Eravamo appena giunti, che tutti quei montanari, come presi da una convulsione fulminea, cominciarono a gridare ed a regalarsi reciprocamente certi pugni che parevano catapulte. La nipote della Mea con un coraggio da amazzone si ficc a testa bassa nella mischia per difendere il fratello Marco che stava facendo una splendida collezione di quei pugni montanari, e noi dietro per strapparla dalla mischia, prendendola a traverso, tirandola e brancicandola senza riguardo. Se non fossero stati quei benedetti pugni che grandinavano fitti e saporiti, la nostra missione di difensori delle dame sarebbe stata invidiabile, perch l'Agatina  una bella ragazza in parola d'onore; ma avevamo troppe distrazioni per pensarci bene in quel momento.
Il nostro intervento calm un poco la burrasca, ed era tempo, perch de' miei buoni compatrioti che abitano il versante adriatico c' poco da fidarsi in quelle baruffe.
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Allora volemmo saperne la cagione per toglierla di mezzo ed impedire che si rinnovasse: ma fu inutile. Nessuno, nemmeno i pi accaniti combattenti, seppe mai dire il perch della faccenda; tutti, nessuno eccettuato, protestarono di aver cominciato a picchiare perch avevano visto gli altri fare lo stesso, e non rimase che dar la colpa al vino. Allora, per curare i mali secondo il metodo omeopatico similia similibus, consigliammo di far portare nuovi fiaschi, ed a maggior gloria del dotto Hahnemann la ricetta oper bene. Non tard Marco, il pi pericoloso dei pugillatori, ruzzol in un fosso e cominci a russare come una locomotiva.
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Ma per rendere pi solida la riconciliazione, pensammo di ricorrere alle delizie della coreografia. C'era un suonatore d'organetto che per salvare il suo istrumento dalla battaglia aveva preso tanti pugni quanti ne poteva portare. Lo consolammo a contanti e la Mea port via la tavola della camera pi grande, accese quattro candele di sego e diede all'Agatina il grazioso permesso d'aprire il ballo coi pacieri. E si ball.
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Infelicissima idea! Non c'erano donne e i buoni montanari cominciarono a ballare tra loro. Noi, che avevamo in corpo qualche diecina di chilometri di strada montana, dovevamo alzarci alle due dopo mezzanotte per salire la Falterona e scendere a Stia in Casentino; ma quando ci recammo ai nostri canili per riposare, ci accorgemmo con terrore che la sala da ballo era proprio sulla nostra testa. Il palco di tavole, sorretto da un trave lungo ed elastico, salvata fragorosamente sotto le scarpe ferrate dei danzatori montanini, e l'organetto cigolava lamentandosi come una ruota mal'unta, e la casa intera vibrava dalle intime viscere come se le passasse attraverso un reggimento di artiglieria al galoppo.
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Andate a far del bene!
Non ci fu verso di chiuder occhio. Prima cominciammo a prender la disgrazia con rassegnazione e, distesi sui pagliericci, raccontammo le storielle pi allegre, le avventure pi galanti del nostro repertorio: poi ci seccammo, ci impazientimmo, ci tornammo a seccare, finch verso un'ora impresi l'autentica narrazione del mio primo amore ed i miei compagni s'addormentarono.
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Ma avevamo appena socchiusi gli occhi, che la guida venne a bussare disperatamente all'uscio urlando che era tempo di partire, e a malincuore lasciammo i pagliericci inospitali. Nell'oscurit, nell'aria viva della notte che ci intirizziva la midolla delle ossa era un silenzio perfetto, quasi di aspettazione o di agguato, allorch la guida, brontolando ancora per la nostra flemma nell'alzarci, cominci ad inerpicarsi per le coste sassose del monte dei Tramiti ed a raggiungere in fretta la schiena dell'Alpe di San Benedetto. Mal desti, ci pareva di sentire ancora la frenetica ridda dei ballerini sulla nostra testa; ed i riflessi rossi delle carbonaie accese che rompevano qua e l il buio con un bagliore fantastico e misterioso avevano molto dei sogni cupi che si fanno spesso quando lo stomaco pesa troppo. Queste sono le miglia pi antipatiche in una escursione, quando le membra intorpidite chieggono ancora ristoro di sonno e servono per forza. Vengono allora delle vigliacche tentazioni di tornare addietro, che sono ribellioni della pigrizia contro la volont, vengono certe irritazioni nervose che paiono figlie dell'energia e lo sono invece dello scoraggiamento, e non c' che un rimedio: il cognac generoso a dose alta.
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Camminare la notte nei monti deserti per sentieri da capre e non conosciuti, fa sempre una profonda impressione. Si cammina nell'oscurit e nell'ignoto. Qualche volta la guida vi fa fare un salto nel buio, ma non metaforicamente; fisicamente e sul serio. Si va senza sapere quel che ci sia a destra e da sinistra, o tutt'al pi sapendo che sotto quei monti c' il borro del Forcone, il fosso del San Godenzo, nei quali si pu precipitare dall'altezza di qualche diecina di metri; e qualche volta si ha una improvvisa sensazione del vuoto che vi fa allargare le braccia o mettere le mani avanti come se in verit cadeste. Le scarpe ferrate risuonano sulle rocce nude e nel silenzio; poi si cammina sull'erba soffice, sui muschi che paiono velluto, senza alcun timore. V'accorgete di voltare, di salire, di scendere, e qualche volta sentite di passare vicino ad un albero o ad uno scoglio, senza vederlo. Il mistero non vi abbandona mai, vi sforza all'attenzione, vi pesa addosso come quando si aspetta qualche cosa e non si sa che.
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All'alba giungemmo ad una casa di pastori, proprio sotto al giogo della Falterona. Una donna non ancora vecchia, ma deturpata dagli stenti della vita nomade, chiam col fischio certe capre e ci munse il latte caldo e spumante. Il monte ci stava innanzi gigantesco, colle sue coste chiazzate di prati verdi o di abete quasi nere, alto alto, tanto che a vederne la cima dovevamo alzare la testa e torcere il collo.
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Salire dritti alla cima non  facile per le dense fratte di faggi cedui inestricabili come siepi. C' caso di non poter salire che tagliando i rami fitti e pestando le vipere velenosissime che brulicano nell'ombra umidiccia. Avevamo l'ammoniaca con noi, ma nessuna voglia di usarla, e volgemmo quindi verso levante per avvicinarci alla punta di Modina e dal Pian delle Fontanelle dirigerci alla vetta.
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Oh, il magnifico bosco! Gli alberi qui non sono tisici e mortificati come nei nostri civili giardini pubblici, ma alzano superbamente al cielo i fusti rigogliosi e le braccia robuste, si aggavignano alla madre terra con certe possenti radici di cui i primi serpeggiamenti sono scoperti, rugosi, immani. L bisogna andare per sentire il
Mormoreggiar di selve brune ai venti
Con susurrio di fredde acque cadenti
Gi per li verdi tramiti dei monti:
l bisogna andare per sentire quanto sia meravigliosa la natura e misera la parola che vorrebbe dipingerla; per capire come si possa odiare il consorzio umano e farsi eremita ad adorare il bello... almeno un giorno. Andate l, cercate un pilastro in rovina dove  scritto:
QUESTA MAEST FECE FARE LUCA DI LOTTO PER VOTO. Anno Domini 1588.
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Sedete e fate colazione. Se non vi sentite poeti almeno per un quarto d'ora, state certi che non lo sarete mai, campaste pi di Matusalemme: se non capite la sublimit di quella viva e giovane bellezza che si desta col giorno ai canti degli uccelli, allo sbocciare dei mughetti, al vibrare dell'aria serena e pura, girate il mondo come commessi di commercio per vendere acciughe e candele di sego, ma non mai colla pretesa di capire che cosa sia la bellezza.
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A 1280 metri sul mare mangiammo eccellenti lamponi cogliendoli sul margine nel sentiero come nei prati si colgono le margheritine: a 1650 perdemmo la parola davanti a uno spettacolo immenso. Eravamo sull'ultima vetta della Falterona, e sotto di noi, per quanto l'occhio poteva, non vedevamo che un mare, proprio un mare di monti! La nostra ammirazione non pot manifestarsi che per via d'interiezioni irragionevoli e di gesti illogici. Possibile che il mondo sia cos bello?
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Tutto l'Appennino centrale dal sasso della Verna al Cimone di Fanano era sotto i nostri piedi, e pi lontano, sfumate nell'azzurro, facevano capolino vette pi alte. L'Adriatico luccicava a levante, e a mezzogiorno, verde ridente quasi ci tendesse le braccia, si apriva il bel Casentino fino ad Arezzo. Si pu campare mille anni, ma quel momento non si pu dimenticare. Viene un momento, nel silenzio solenne della montagna, che il sublime vi sgomenta e vi sentite costretti a chiuder gli occhi per la vertigine dell'immenso. La vita ha poche ore cos piene, cos grandi. Scendere  un dolore.
Eppure, ahim ci tocc discendere. Sedemmo intorno alla sorgente dell'Arno bevendo l'acqua limpida e gelata del fiumicel che nasce in Falterona, e rovinammo gi a valle per le chine sassose, tra le ginestre dai fiori gialli, sui sentieri arsi e bianchi che menano a Stia.
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Entrati nella patria del Tanucci, la gente ci guardava con molta curiosit, quando un giovane ci venne incontro chiedendoci se fossimo soci del Club Alpino.
-Indegnamente,-rispondemmo.
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Era socio anch'egli e ci fece un mondo di utili gentilezze. Volle che io dormissi a casa sua, ed il mattino ci accompagn per un buon tratto di via nella nostra salita per Segaticci verso Camaldoli all'Eremo. Andavamo alle sorgenti del Tevere. Un anno dopo, l'avv. Carlo Beni, il mio gentile ospite di Stia, mi scrisse per annunciarmi che aveva fatto la Guida del suo Casentino e desiderava una mia prefazione. La lettera mi giunse mentre ero afflitto da domestiche disgrazie, e, lo confesso, alle sue cortesie risposi con una villania: non risposi.
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Ora la Guida  stampata a Firenze dal Niccolai ed  certo una delle migliori e pi pratiche Guide che siano uscite in questi anni ad illustrare una regione bella, industriosa, invidiabile. Colgo dunque questa occasione per fare ammenda onorevole della involontaria scortesia, e per chiedere perdono ai lettori della seccatura.
Ma se capitano in Casentino mi perdoneranno di certo.
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MONTE CORONARO.
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Molti trattati di geografia approvati, lodati e adottati nelle scuole, fanno nascere il Tevere e l'Arno dallo stesso monte, uno di qua l'altro di l, colla fraterna armonia di due gemelli. Non  giovato che Dante, buon conoscitore dell'Appennino, mettesse "il crudo sasso in tra Tevere ed Arno," proprio quella Verna che, tanto dalla Falterona dove nasce l'Arno, quanto dal Fumaiolo dove nasce il Tevere, si vede azzurra e sfumata nella profondit dell'orizzonte. Non giovarono le parecchie diecine di miglia che sono tra le due sorgenti e le interposte cime di Camaldoli, dell'Alpe di Serra o del Bastione, per convertire i geografi che si copiano a vicenda. Il Governo, le commissioni, i provveditori, gl'ispettori, i maestri, approvano e benedicono le geografie sbagliate, e il Tevere e l'Arno nascono per gli scolari sempre dallo stesso monte. Potete credere, come noi, l'estate scorsa, benedicessimo cordialmente i geografi e le geografie di testo!
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Da tre giorni infatti camminavamo in media sedici orette salendo e scendendo l'Appennino. La Falterona da un giorno non l vedevamo pi, quando da Camaldoli, per Cotozzo, scendemmo a Badia Prataglia. Gli operai della strada tosco-romagnola, che valica l'Alpe di Serra a Mandrioli, riempivano l'unica osteria, e ci convenne dormire sui banchi e sulle tavole, di dove ci levammo alle tre del mattino indolenziti e pesti. Avevamo bevuto alla sorgente dell'Arno e volevamo bere ad ogni costo a quelle del Tevere.
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Un giovinotto, che aveva a cottimo alcune opere lungo la via, ci fu guida sino al valico di Mandrioli. Chiuso e freddo come un vero montanaro, camminava tranquillamente nel buio senza dir parola, senza nemmeno animarsi ai dolorosi ricordi di Custoza dove era stato granatiere. Camminavamo silenziosi dietro di lui, senza sapere dove, ora sui ciottoli, ora sull'erba, ora tra i faggi che indovinavamo ritti ed immobili nell'oscurit. Salire i monti a notte alta, sotto i boschi che paiono addormentati, nel silenzio profondo, pei sentieri da capre ignoti e ripidi,  un piacere da non potersi dire.
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L'aria viva stimola il sangue, l'attenzione aguzza i sensi. Sentite lo scricchiolare sotto i piedi della foglia morta, il frusco delle frondi che strisciate, il respiro di chi vi precede. Vi sentite vicino, tra le frasche, certi movimenti misteriosi come se qualcuno ci fosse nascosto, e pi lontano certi tonfi sordi come di un sasso che cada nella terra molle.
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E sopra questi tenui rumori sta il silenzio, il silenzio immane della montagna, il silenzio che sembra vegliare aspettando. E si cammina nel buio umido della macchia per sboccare qualche volta all'aperto in un chiarore grigio e diffuso che non lascia discernere nulla di preciso, ma sfuma in alto i profili dei monti come in una nebbia densa. Di tratto in tratto passa tra i rami immobili come un fremito leggero che si desta: poi si chetano e il cielo che appare tra le frasche diviene pi bianco e si travedono come dietro a un vetro appannato i tronchi neri e le striscie chiare de' torrentelli. Salimmo cos fino al culmine dell'Alpe di Serra, e fino all'alba: poich affacciati finalmente al valico di Mandrioli e ficcato l'occhio gi per l'aperta valle del Savio, una striscia quasi rosea ci segn all'orizzonte l'aurora vicina e ci indic il mare lontano, spiagge di Rimini e di Cattolica.
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Ivi, proprio sulla spina dell'Appennino, proprio dove le acque si dividono per scendere all'oriente nell'Adriatico, all'occidente nel Mediterraneo, intirizziti dal venticello dell'alba, attendemmo la nuova guida, un operaio di Verghereto, che ci doveva condurre a Monte Coronaro. A poco a poco ci si vedeva meglio e nel versante toscano discernevamo il verde cupo dell'abeto, mentre gi, nel romagnolo, la vallata pi aperta e pi nuda si colorava di toni grigiastri e freddi. Il monte Coronaro ed il monte Fumaiolo si disegnavano nettamente nel cielo di un bianco azzurrognolo, e lungo i loro fianchi si distinguevano le larghe chiazze bige impressevi dalla sterilit.
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E lungo il crine dell'Alpe di Serra, volgendo colla nuova guida al sud-est-sud, ripigliammo il viaggio. Il mattino era desto, e guardando gi tra i faggi, vedevamo le pecore nei prati verdi salire al pascolo e ci pareva d'essere in Arcadia. L'ecloga era dappertutto e l'idillio cantava dentro di noi. Quanto era lontana la citt colle sue vie roventi, colle sue botteghe che soffiano l'afa, co' bugigattoli dove s'arrostisce vivi! Quant'erano lontani i caff asfissianti, i teatri ribollenti, gli uffici, le mosche, i telegrammi Stefani! Arcadia! Arcadia! E ci tornavano in mente versi di Virgilio e di Iacopo Sannazzaro, strofe di Andrea Chnier che non sapevamo di ricordare. E laggi, dall'orizzonte rosso, prorompevano fasci di luce gialla e le cime si coloravano e i monti, gli alberi, i prati si destavano in un inno di gioia e di resurrezione. Il sole! Il sole!
Ma l'idillio fin.
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In faccia al casale detto Gualchereti lasciammo la schiena dell'Alpe di Serra che segue salendo sino al poggio del Bastione, e scendemmo gi nella valle del Savio, gi sino a Folcente, per risalir poi verso Montioni e Monte Coronaro. La discesa fu terribile e terribilmente lunga. Per coste impervie, aride, sassose, ripidissime, ci convenne ruinare a valle, chiedendo difficili sforzi alle povere gambe gi strapazzate da tre giorni di viaggio faticoso. Il sole cominciava a scottare ed i faggetti li avevamo lasciati pi in alto. I ciottoli smossi dai nostri piedi rotolavano gi saltando e si perdevano e come loro ci bisognava scendere, scendere sempre, ansando e sudando. Addio l'idillio! Se il breve fiato ce lo avesse permesso, avremmo recitato i pi terribili versi della discesa dantesca in Malebolge, tutto di pietra e di color ferrigno.
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A mezza costa, in un pianerottolo dove per ironia c'era un po' d'erba e un po' d'acqua, sedemmo a mangiare un boccone, e poi gi di nuovo, col sole in faccia e il cielo che pareva uno speccio d'acciaio. E, come piacque al destino, dopo un'ora di questa terribile via, ci trovammo gi in fondo, sotto Folcente, accanto ad una croce di pietra, in un poco d'ombra. Ci buttammo tutti sull'erba a respirare; anche la guida. La volutt di un quarto d'ora di riposo ce la eravamo guadagnata.
Poi su di nuovo, verso Montioni, sudando sempre, ansando sempre. Non pi alberi, non pi erba, non un segno di vegetazione. Il terreno duro, friabile, cenerognolo, non consente la vita nemmeno alla gramigna e tutto porta il marchio di una desolazione squallida, di una aridit grigia da non invidiare il deserto.
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Ci pareva di camminare sulle ceneri semispente di un focolare, e nell'aria secca ed infocata il riflesso del sole accecava e le ombre si disegnavano dure, taglienti, nerissime. A sinistra, negli sbattimenti bianchi della luce meridiana, strizzando gli occhi si discerneva Verghereto, povero comunello perduto su questi monti ingrati cui gli Annali Camaldolesi tentarono indarno di acquistar fama col supposto castello di Uguccione della Faggiola. E via via, per questa cenere maledetta che le acque pioventi trasformano in lisciva e portano al Savio, per questi declivi calcinati che franano ad ogni stagione, giungemmo alle falde del Monte Fumaiolo, nel povero villaggio di monte Coronaro.
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Ci parve di entrare in un racconto di Edgardo Poe, in una delle fantasticherie malate dell'Hoffmann. Nelle case cadenti, nelle mura rugginose e sconnesse si spalancavano i vani neri delle finestre ai quali non si affacciava anima viva. Le stradicciole scoscese, arroventate sino al color bianco, erano deserte. Di quando in quanto certe figure lacere o giallastre attraversavano i viottoli senza far rumore, a capo chino, come se pensassero a qualche mistero profondo, e incontrandosi non movevano nemmeno gli occhi, quasi non vedessero, non sentissero, assorte in una paurosa contemplazione. Altrove i fanciulli ci correvano incontro, i villaggi andavano a rumore per l'arrivo dei viaggiatori dai cappelli stravaganti, dalle uose bianche, dai bastoni spettacolosi: qui, niente. Pareva d'essere nel mondo dei sogni, in un mondo di forme senza densit, di spettri pensosi, lenti, muti, che passavano senza vederci e ci lasciavano come una strana impressione d'impassibilit, una penosa sensazione di fatalit indefinita.
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Tutte le mosche, delle quali all'aria aperta avevamo osservata e benedetta l'assenza, tutte le mosche erano convenute nell'ampia cameraccia dell'osteria, forse a celebrare un centenario od eleggere un deputato. C'erano tutte e ronzavano lente, solenni, in chiave di contrabbasso attorno all'ostessa, donnona un po' flaccida che faceva gli occhi di triglia cotta ad un giovinastro fra il giallo e il livido. Presso la cappa del cammino, sopra un alto seggiolone sedeva un povero diavolo, giovane ancora ma curvo e disfatto, con due occhi che parevano buchi con una scintilla in fondo.
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Serrava tra le ginocchia le mani stecchite e chinava sul petto la barba nerissima. Era il marito dell'ostessa e la gelosia non lo rodeva, ma la febbre maremmana. Nel pieno vigore dell'et e della forza si sentiva ardere e consumare il sangue dentro e con un accento di cupa malinconia ci contava gli stenti della maremma dove scendeva l'inverno a fare il guardiano per non so qual principe. Di quando in quando un tremito ed una contrazione spasmodica delle mascelle gli strozzavano il discorso nelle fauci e allora fissava gli occhi profondi nei carboni accesi come se ci vedesse qualcuno.
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L'ostessa intanto, piena di una mobilit nervosa, ammanniva il nostro desinare scherzando ed occhieggiando il cicisbeo, mentre in un angolo la sua figliastra, piuttosto belloccia, filava tutta pensierosa e seguiva ostinatamente cogli occhi le evoluzioni degli innamorati, senza aprir bocca mai, senza scomporre la seria immobilit del volto. Cos ci fu spiegato come si possa vegetare su questi monti di cenere arida. I maschi scendono ad avvelenarsi in maremma, e le femmine, prima che siano morti, passano a seconde nozze.
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Dopo il pasto frugale gli amici miei si buttarono su certi eculei che a Monte Coronaro chiamano letti. Io che di giorno non posso dormire, volli sedermi sullo scalino dell'uscio, ma le mosche, le quali fin dal pranzo ci avevano intimata una guerra feroce, o fosse per un odio particolare verso di me che non le posso soffrire, o perch vedendomi solo stimassero pi facile la vittoria, mi furono tutte addosso come ad una... no, come ad un vaso di miele. Io poi che non mi lascio posar mosche sul naso, reagii vigorosamente; ma stavo per soccombere al numero, quando un'ombra nera mi intercett la luce. Alzai gli occhi come Diogene, ma invece di Alessandro vidi il piovano.
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Mi parve un buon diavolo, modesto, premuroso, ma un po' duro di orecchio; e mi preg, quando i compagni fossero levati, di condurli a bere il caff da lui. Ringraziai e se ne and contento. Interrogai gli indigeni per sapere, cos senza parere, se facevamo bene o male andando, e le informazioni furono favorevoli. Del resto egli era in paese da pochi giorni. Il suo predecessore, buon diavolo anche lui, aveva avuto una gran debolezza pel fiasco, e i buoni parocchiani mi raccontarono che in una notte oscura dovendo portare i sacramenti ad un infermo lontano qualche miglio, un po' pel buio, un po' per l'estratto d'uva, rotol malamente in un burrone co' sacramenti addosso e si fiacc la noce del collo. Del resto i poveri sacerdoti perduti quass e le briglie della gerarchia senza della disciplina, cascano spesso in qualche vizietto che i parocchiani e la curia sanno compatire.
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Mi raccontavano di un piovano, l verso Corniolo, che una volta per miracolo fu visitato dal vescovo. L'ottimo prete fece quel che pot per alloggiare bene il superiore e specialmente in cucina si vedeva la solennit. Perpetua faceva prodigi, e un bel bimbo seduto accanto agli alari girava assiduamente lo spiedo. Bisognava attraversare la cucina, e fu proprio vicino agli alari ed all'arrosto che il vescovo chiese al piovano come diavolo facesse a passarsela lass nei lunghi mesi d'inverno. Monsignore, rispose il piovano, mi occupo. Faccio dei girarrosti.
Il vescovo guard, ma finse di non capire.
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Ma il piovano di Monte Coronaro non ci parve capace di fare uno sdrucio cos largo nei sacri canoni. Ci mostri la chiesa, vasta cameraccia cadente che per fienile sarebbe stata brutta. La pietra di un altare  fatta con una iscrizione cristiana e qui si conservava una croce proveniente dalla scomparsa Abbazia di Trivio. Ma ci colpi pi di tutto il confessionale, che consiste in un solo asse mal disgrossato interposto fra il penitente e il prete. Qui dunque la confessione  pubblica, vista da tutti per colpa del confessionale e sentita da tutti per l'udito sordo del piovano.
O come fa a confessarsi l'ostessa?
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Ma non  proprio sacrilegio, scherzare su questo povero prete. Quando nell'inverno imperversano certi venti da scornare i bovi e certe burrasche da portar via il monte, quando la neve  per aria e per terra, e i poggi franano, e ad ogni passo si rischia di cascare all'altro mondo, il povero piovano si alza di notte male avvolto nel suo gabbanello e ruzzola gi pei borri a portare l'olio santo a qualche villanzone che non ci crede. Intanto i canonici, che hanno cenato bene, dormono caldo nei loro letti cittadini a maggior gloria della prebenda grassa, e il pievano di Monte Coronaro per campare ha in tutto 38, dico trentotto, lire al mese.
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Giustizia distributiva! Non hanno ragione questi poveri piovani di montagna se qualche volta cadono in tentazione? Sono preti,  vero; ma sono poi anche uomini, e il canonico che  senza peccato scagli la prima pietra. Cos meravigliati e scandalizzati ripigliammo la strada per salire a quelle sorgenti del Tevere che le geografie approvate e adottate fanno nascere coll'Arno. Per via componemmo un abbozzo di petizione al Parlamento, chiedendo per certi geografi un anno di domicilio coatto a Monte Coronaro.
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PROPRIET LETTERARIA.
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Signor Lettore, io sono un modesto editore tipografo, sconosciuto forse a Lei ed a parecchi suoi amici, ma non a tutti coloro che in queste campagne (o rus, quando te aspiciam!) si occupano dei presagi del tempo, dell'epoca migliore per seminare, mietere, vendemmiare, concimare e simili atti ragionevoli che in fondo sono, oso dirlo con legittimo orgoglio, la vera ricchezza della nazione. Qui, in Casalecchio di Reno, florido comune a sei chilometri da Bologna, io solo esercito la nobile professione dell'editore tipografo, io solo ed i miei due compositori possiamo vantarci eredi e continuatori di Aldo Manuzio; io solo e me ne tengo, stampo gli avvisi del municipio in caratteri elzeviriani.
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Ma il vanto della mia antica e celebre officina non  solo questo. Video meliora; faccio di meglio. E infatti qui, a Casalecchio di Reno e non altrove, dalla mia tipografia editrice esce alla luce quell'opera lodata, quella illustre fatica d'ingegno e di sapere che  il lunario intitolato il Barbaverde. Ed  il celebre Barbaverde che predice con matematica sicurezza il freddo in gennaio e il caldo in luglio. Al Barbaverde bisogna ricorrere per sapere a puntino le morti de' principi, le eclissi, i movimenti di truppe; le feste mobili e la vera cabala del lotto. Nessun lunario, nemmeno il Casamia nelle indicazioni relative all'alea del lotto (alea jacta est!) pu farla in barba al Barbaverde, che costa soltanto venti centesimi.
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Dodici anni di vita onorata ha il mio Barbaverde. Nessuna delle sue predizioni, e ne vado altamente superbo, nessuna fu oggetto di richiamo per parte de' compratori, il che dice a troppo chiare note come le abbiano viste verificarsi. Ed io lieto, orgoglioso dell'opera mia, anche in quest'anno (il tredicesimo!) coll'illuminato concorso del brigadiere dei reali carabinieri avevo fatto gemere i torchi, avevo gettato nel burrascoso mare della pubblicit il mio lunario pieno zeppo di saggi consigli e di utili predizioni. Quand'ecco un'infausta voce giunse al mio orecchio. La tipografia editrice del dottor Balanzoni in San Lazzaro di Savena presso Bologna, con insigne spreco di ogni elementare regola di educazione e di propriet, riproduceva parola per parola il mio tredicenne lunario, cambiando solamente il suo antico ed onorato titolo in quello volgare ed osceno di Barbagialla! Malesuada fames!
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Raccapricciai! Cos a Bologna dal mio avvocato, che mi consigli di munirmi della Propriet letteraria.
Per questo, stia a sentire, comprai due fogli di carta bollata da una lira e venti centesimi l'uno. Ci stesi, in doppio originale firmato, la mia brava domanda al signor prefetto della provincia, a norma dell'articolo 1 del regolamento per l'applicazione delle leggi 25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1875, n. 2652, approvato con R. Decreto pure 10 agosto 1875, n. 2680. S'intende che le due domande erano scrupolosamente stese secondo il modulo A, e portavano in seno due esemplari del mio Barbaverde, che costa venti centesimi. E s'intende pure che, prima di portare le domande in prefettura, portai la mia persona dal signor ricevitore del registro, in mano del quale pagai dieci italiane lire di tassa a norma dell'articolo 2 del citato regolamento.
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E colla ricevuta, le domande e un po' d'asma, salii le interminabili scale del palazzo del governo.
L'impiegato che mi ricevette fu gentilissimo. Si cav e si rimise la pipa in bocca in segno di saluto, come noi facciamo col cappello, e mi permise di accostarmi al caminetto. Quando gli ebbi contato il mio affare, pip alquanto ironicamente, prese con delicatezza le mie domande e ci scrisse sopra un certificato secondo il modulo C., da esser poi trascritto sopra apposito registro a norma del noto regolamento. Ed Ella crede senza dubbio che la cosa finisse qui, ma sbaglia! errando discitur, e l'impiegato mi raccomand di tornare dopo tre giorni.
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In questo frattempo (rebus sic stantibus) l'impiegato ordin ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al rettor magnifico della R. Universit di Bologna, nella quale fosse detto che in esecuzione dell'articolo 6 del regolamento 10 agosti 1875, n. 2680, per l'applicazione delle leggi 25 giugno 1865, n. 2337, e 10 agosto 1865, n. 2652, si trasmetteva un esemplare del Barbaverde agli effetti di tutelare la propriet letteraria ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata e spedita al suddetto rettore, in unione al citato esemplare del Barbaverde che costa venti centesimi.
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Il rettore, ricevuto il messaggio prefettizio, lo consegn al suo segretario, il quale ordin al suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al bibliotecario, dove fosse detto che in esecuzione dell'articolo 6 del regolamento 10 agosto 1875 ecc. ecc., gli si mandava un esemplare del Barbaverde agli effetti di tutelare la propriet letteraria ecc. e che si domandava ricevuta del deposito. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, protocollata e spedita al bibliotecario coll'esemplare del mio Barbaverde.
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Ella crede che qui sia finita? Sbaglia anche questa volta non bis in idem! Il bibliotecario infatti, ricevuta la missiva del rettore, chiam un suo assistente e gli ordin di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra una minuta di lettera al rettore, nella quale si accusasse ricevuta dell'esemplare della propriet letteraria a norma dell'articolo 6 del regolamento 20 agosto ecc. ecc. L'assistente scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal bibliotecario, protocollata e spedita al rettore.
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Il quale cos rassicurato sulla sorte del mio Barbaverde che costa venti centesimi, consegn la ricevuta al suo segretario, che ordin ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera al prefetto, nella quale si accusasse ricevuta del mio Barbaverde depositato in biblioteca per gli effetti della propriet letteraria a norma dell'articolo 6 del regolamento ecc. ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal rettore, protocollata e spedita al prefetto.
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 lunga la camicia di Meo! Longum est indusium meum! Eppure anche il prefetto ordin ad un suo subalterno di prendere un bel foglio di carta e di scarabocchiarci sopra la minuta di una lettera a S. E. il signor Ministro di agricoltura e commercio, nella quale si trasmettesse la ricevuta del rettore insieme ad una delle mie dichiarazioni in carta bollata col relativo certificato, e ci per gli effetti della propriet letteraria a norma dell'art. 6 ecc. Il subalterno scrisse la minuta, che fu corretta, copiata in bella calligrafia, firmata dal prefetto, protocollata e spedita al ministero.
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Innalzo alla Divinit ardentissime preci perch mi sia risparmiato il sapere quello che poi sia successo al ministero, quante minute siano state scritte, quanti registri siano stati incomodati, quanti numeri di protocollo occupati, quanta carta, quante firme e quanto tempo sciupati in forza dell'art 6. Mi contristerebbe il saperlo (tristis est anima mea), e del resto gl'impiegati non hanno a mangiare il pane a ufo. Intanto, dopo tre giorno e dopo aver rifatto coll'asma i sei chilometri di via e gli scaloni della prefettura, riebbi una delle mie famose dichiarazioni in carta bollata, corredata finalmente da un certificato del deposito fatto, e me ne ritornai a Casalecchio allegro come un fringuello.
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Ebbene, lo crederebbe Ella? Credat Judaeus Apella? Tornato a Casalecchio, ritrovai sul mio scrittoio un esemplare dello scellerato, dell'empio Barbagialla; e questa oscena contraffazione mi era stata spedita dalla stessa tipografia Balanzoni, con tanto (pro pudor!) con tanto di propriet letteraria stampato sulla copertina!
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La mia indignazione fu gigantesca. Non posi tempo in mezzo, rifeci la strada volando e capitai come una saetta addosso al mio avvocato. Costui, annusando una causa, mi fece bere un bicchierino di vermutte e volle sapere per filo e per segno tutta l'odissea del mio povero lunario. Gli contai tutto, gli consegnai il certificato della prefettura, mi lasciai dire che bisognava far causa, che ero sicuro del fatto mio e che i birbanti l'avrebbero pagata. Intanto gli lasciai mandato di procura e duecento lire di deposito per le spese.
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Signor Lettore, la causa fu discussa oggi e il tipografo Balanzoni mi aveva dato contro querela. Egli prov con documenti alla mano che aveva eseguito il deposito del suo ignobilissimo Barbagialla a norma dell'art. 6, non solo, ma che l'aveva depositato un giorno prima del mio Barbaverde! Naturalmente il suo avvocato prov senza fatica che il contraffattore, il birbone, il ladro era io. Me ne dissero di tutti i colori, ed il mio avvocato vedendo inevitabile la condanna volle alleggerirla provando chiaramente che sono uno stupido, un imbecille, un cretino. Nessun vituperio fu risparmiato alla mia onorata calvizie, e la fama del Barbaverde e del suo editore  rovinata per sempre. Per fortuna il tribunale, mosso dalle ragioni giustissime del mio avvocato, si pieg all'indulgenza e fui condannato soltanto a duecento lire di multa, pi le spese ed i danni da liquidarsi in separata sede. E il Barbaverde costa soltanto venti centesimi!
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Signor Lettore, favete linguis, mi ascolti? Valeva la pena di spender tanti quattrini, di far tante miglia e tante scale, d'incomodare tanta gente, di sporcar tanta carta di perder tanto tempo e di sopportare tante seccature e impertinenze, per sentirmi poi condannare come un birbante? Sono questi i risultati di tutti quei regolamenti arruffati che non ci lasciano pi n mangiare n dormire in pace, tanto spesso cambiano, ricambiano e tornano a cambiare che sembrano le vedute della lanterna magica?  questa la legge sui diritti di autore (dura lex, sed lex) pi complicata di un orologio e pi elastica di un paio di calze a macchina? Ah, io da oggi, profondamente amareggiato e disgustato, negher alla societ ingrata i lumi del mio lunario; come Achille mi ritiro sotto la tenda; come Scipione grido: Ingrata patria, tu non avrai il Barbaverde!
Questa mia virile protesta serva di meritata lezione ai legislatori ed ai cittadini. Io non cercher pi la propriet letteraria per omnia scula sculorum. Amen.
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LA PROPRIET LETTERARIA.
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Eran gi i versi ai poeti rubati,
Com'or si ruban le cose tra noi...
A me quei d'altri son per forza dati,
E dicon tu gli arai, vuoi o non vuoi.
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Cos diceva il Berni alcuni secoli addietro, quando la propriet letteraria era ancora nella mente del Signore Iddio, o tutt'al pi era rappresentata dai privilegi che i sovrani concedevano agli editori per un numero di anni limitato; e cos ci tocca sentire anche oggi da Edmondo De Amicis, non solo derubato del suo, ma caricato per forza di quel d'altri. Dopo tanto gridare intorno alla propriet letteraria, dopo tante chiacchiere di progresso, di civilt, di leggi e di diritti; siamo al punto in cui si trovava Berni: che anzi i tempi suoi possono invocare come attenuante l'assenza dei codici, dei procuratori del re, e delle guardie di pubblica sicurezza. E poi andate a negare il progresso!
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In questa settimana stessa, la Corte d'Assise di Bologna condann a due anni di prigione un tale che rub dieci galline: che anzi i giurati, teneri di cuore come sono, ammisero le circostanze attenuanti; se no il ladro di galline avrebbe avuto forse un anno di carcere per ogni gallina rubata. Questa severit, non solo fa onore alla giustizia del nostro paese, ma  un titolo di gloria per la nostra polizia. Le galline rubate sono soggette ad esser mangiate; il che rende difficilissimo il seguire le tracce della refurtiva. Ma nulla sfugge alla sagacia della nostra polizia, che sa fiutare le tracce delle galline digerito colla stessa acutezza d'olfato con cui il bracco annuncia la pastura delle starne o delle quaglie. E facendo questo dovuto elogio alla polizia del mio paese, voglio mostrare d'esser giusto con lei, dovendo poi biasimarla per l'ottusit d'odorato che l'affligge quando si tratta di altre materie.
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I procuratori del re spiegano giustamente tutto il rigore di un animo onesto, offeso dalla scelleraggine dei ladri di galline: e dal loro gabinetto firmano ordini severi per assicurare l'inviolabilit dei volatili domestici, istruiscono importanti processi contro i perturbatori della sicurezza dei pollai, e in faccia ai giurati spiegano tutte lo forze della dialettica, tutte le furberie degli esordi ex abrupto e delle perorazioni fondate sulla commozione degli affetti, per ottenere il s che condanna, per liberare la societ dei galantuomini dal pericoloso contatto dei ladri da polli. N crediate ch'io scherzi.
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Anch'io posseggo dieci galline, tre delle quali fanno l'ovo; e rendo grazie alla polizia che le protegge ed alla magistratura che ne fa trionfare i sacrosanti diritti. Ma oltre alla galline posseggo qualche altra cosa, e vedrei volentieri l'abilit della polizia e la severit del procuratore del re occuparsi anche di questa qualche altra cosa che mi preme almeno quanto i bipedi interessantissimi che fanno la gloria del mio pollaio. E sono certo che l'egregio De Amicis sar della mia opinione.
Il caso del De Amicis  noto ai lettori. Un libraio che aveva parecchi esemplari invenduti di due romanzi, fa stampare tanti frontispizi nuovi quanti sono gli esemplari: o per facilitare la vendita, invece del nome del vero autore mette quello del De Amicis, simpatico al pubblico italiano e garanzia di esito certo. Il De Amicis protesta, il vero autore del libro protesta anch'egli, tutti protestano, ma... in fondo chi ha avuto, ha avuto.
Il caso del povero Lorenzo Stecchetti ve lo dir io. Quel disgraziato mise al mondo un libro di versi col titolo di Postuma al prezzo di lire tre italiane, e il libro, indegnamente, fece fortuna. Un editore pens allora di contraffare l'edizione e di venderla a miglior mercato. Esaurita la prima falsificazione, ne fece una seconda, e i librai girovaghi la portano in giro e la vendono a buon mercato alle guardie di pubblica sicurezza che hanno istinti letterari. (Sono pochine, ma ce ne sono).
Il caso di Giosu Carducci  lo stesso. Le Odi Barbare facevano meritamente fortuna e furono falsificate e vendute a buon mercato.
Il caso di.... Lasciamo andare, poich i casi sono infiniti.
Per tornare a quel povero Lorenzo Stecchetti, cui voglio un bene grandissimo, vi dir che appena se ne accorse s'inform, e seppe nome, cognome, patria, et, insomma le generalit del suo ladro. Ma siccome le seppe, come accade sempre, sotto il sigillo di confessione, non pot citare testimoni. Egli si ricordava benissimo che in Italia c'era una polizia astuta che aveva sorvegliato attentamente la sua porta invece di quella d'un vicino che si querelava di tentativi di furto con chiavi false. Egli si ricordava che chiamato come testimonio in un processo, aveva sentito il Pubblico Ministero leggere preti per poeti in un'ode della Polemica, e gli era toccato di confessare le proprie opinioni politiche e sociali davanti ai giurati come se fosse lui l'accusato. Indusse non ostante l'editore delle cose sue a ricorrere ai magistrati.
Non solo tutto questo  vero come il vangelo e forse pi, ma dopo gli accadde quel ch' narrato nel vangelo Anna lo mand a Caifa, Caifa ad Erode, Erode a Pilato e cos via. La Questura, la Procura e il resto si rimandarono l'una coll'altra il povero editore, al quale furono fatte stendere querele, istanze, ecc. Chi sa sa quanti quintali di carta furono scarabocchiati!
Uno di questi procuratori del re, in una citt lontana di qui quanto Roma, pregato, invitato, spinto anche da pezzi grossi che l'autore e l'editore avevano persuaso, mostr la buona voglia di far qualche cosa, ma disse chiaro che se l'editore non indicava chi era il contraffattore e chi vendeva le edizioni contraffatte, sarebbe stato tempo perso. E infatti, se non si sa contro chi procedere, come si fa a procedere? Il desiderio dall'egregio magistrato era giusto: ma pel ladro di dieci galline non si chiese ai derubati altrettanto. L'applicazione di questo nuovo canone di procedura condurrebbe a questo, che se l'assassinato non rivela il nome dell'assassino, non si potr fare il processo: e in certi casi gli assassinati hanno delle forti ragioni per non rispondere.
La quistione sta qui: che mentre pel furto di dieci galline si procede d'ufficio, si mette in moto la pubblica sicurezza, s'incomodano i giurati con orazioni ciceronianissime; nel furto invece di diecimila lire fatto ad uno che il difetto di scriver versi (pare che i pennaruoli siano amati come li amava il re Bomba) bisogna che il derubato sporga querela e denunzi da s stesso i rei, altrimenti i magistrati hanno diritto di sorridere e di scherzare. Ora, non vorrei parere adirato, ma con tutta la freddezza possibile debbo dire che questa  una vergogna, non solo per quelli che sorridono e scherzano, i quali hanno tutti i diritti di non prendere sul serio altro che il ventisette del mese, ma pel nostro paese tutto che si vanta d'esser colto e lascia che simili delitti si compiano impunemente.
Non crediate che il dispetto mi faccia uscire dai gangheri. Parlo tranquillamente e noto che il De Amicis ha protestato energicamente in molti giornali, che il Carducci e lo Stecchetti sporsero querela, presentarono esemplari delle falsificazioni commesse a loro danno, fecero insomma pi di quel che si domandi per fare capire ai magistrati che fu commesso un reato... Ebbene, mentre i querelanti offrivano come saggio ai magistrati gli esemplari delle falsificazioni, i magistrati, con tutti i mezzi di azione di cui dispongono, non sono riusciti a sequestrarne uno; dico uno solo. Ma dunque le guardie di sicurezza pubblica debbono servire soltanto a votare pei candidati del governo?
Vedete dunque che non  il dispetto che mi fa parlare: oltre all'interesse privato offeso, mi pare che ci sia in ballo anche un poco l'interesse pubblico. Il pubblico infatti ama e stima le istituzioni a seconda dell'utile che gli fruttano, ed il contribuente in particolare venera la giustizia, rispetta la Questura e le salaria tutte e due solo perch gli danno la sicurezza del viver sociale. Ma quando la Questura ha troppo da fare per elezioni e la giustizia pei ladri da polli, tanto che il resto va come va,  ben naturale che la magistratura non sia presa sul serio e le guardie di sicurezza pubblica siano bastonate come bistecche; il che in Romagna accade troppo spesso.
Visto che la polizia era inutile per noi, cercammo di supplirla e molte volte abbiamo detto ai magistrati: badate; nella tal citt un venditore ambulante vende pubblicamente edizioni contraffatte.-I magistrati erano subito infiammati dal santo zelo della loro professione e pareva che rispondessero:-Ah! c' un venditore ambulante, mettiamo a Viterbo, che si permette questo sfregio alle vigenti leggi! Ora vedr! ora l'avr da fare con noi!-E qui carta, penna, calamaio, numeri di protocollo, firme, controfirme, lettere di un procuratore del re all'altro, di un questore all'altro; e dopo quindici giorni di tempo, dopo un quintale di carta sporcata e un litro d'inchiostro sparso, si arrivava a constatare colla massima seriet che il venditore ambulante di cui nella nota a margine segnata era gi partito da Viterbo. Un'altra volta fu comprato un esemplare falsificato nella bottega di un libraio. Si ricorse subito al magistrato, il quale prese la cosa a petto e ci si mise con tanta energia che i preliminari furono finiti in una settimana e si riusc a risparmiare una dozzina di chilogrammi di carta. Intanto per la cosa era diventata cos nota ai lippi ed ai tonsori, che quando la bottega del libraio fu finalmente perquisita si trov che il libro meno innocente che ci fosse era il catechismo. Il magistrato si adir giustamente perch gli avevano fatto scomodare un innocuo libraio. Amen: il torto era diventato nostro!
Cos tutto  stato inutile e si  dovuto venire al punto di far concorrenza ai ladri vendendo la roba a un prezzo derisorio. E poich oramai l'edizione a buon mercato  tutta smaltita, ne far un'altra a miglior mercato ancora con una prefazione davanti, ornata dei nomi, cognomi e connotati di tutti quegli egregi uomini che si sono degnati di scriver tante lettere d'ufficio a proposito di un reato che non poterono scoprire bench fosse consumato e si consumi ancora sulle pubbliche piazze. Noter come in Italia si spendano pi di ottanta milioni all'anno tra il Ministero di grazia e giustizia e quello dell'interno, e che quando un autore  leso ne' suoi interessi, come il De Amicis, trova pi naturale ricorrere all'associazione della stampa che alle autorit che costano ottanta milioni: e finir notando che se quel che si chiama il prestigio dell'autorit scade tutti i giorni in Italia, la colpa non  tutta di quelli che mettono l'autorit in burletta, ma anche dell'autorit stessa che si diverte a farcisi mettere.
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Poich alcuni fatti audaci hanno attirato l'attenzione del pubblico sopra le falsificazioni che si commettono impunemente in Italia e poich i giornali hanno gridato all'autorit che bisogna provvedere, vi dir io quel che accadr. Il Ministero, scriver una circolare ai Procuratori generali perch veggano, ecc. ecc. Questi alla loro volta..... Insomma tra carta scritta e carta stampata si consumer qualche centinaio di lire, e tutti pari. A far molto, qualche venditore minchione le far tanto grosse che per forza bisogner sequestrargli la mercanzia e farlo condannare a due lire di multa con una requisitoria, dove sar constatato che la vigile giustizia protegge i diritti di tutti e che non  poi vero che di certe cose non si occupi affatto.
Mi pare dunque che il De Amicis abbia mostrato troppa ingenuit protestando con tanta energia. Egli fa vedere di conservare ancora troppe illusioni per un uomo che ha viaggiato e conosciuto il mondo come lui. Crede dunque ancora a tutte quelle frasi fatte che si leggono nei giornali, che si sentono nelle Camere e nei Tribunali, come "la santit, l'inesorabilit, la severit della giustizia, l'oculatezza, la perspicacia della polizia giudiziaria" ed altre belle cose? Sono cose che si dicono cos per dire e tutti sappiamo oramai quel che valgono. Io ho giocato al tresette quasi tutte le sere per un anno intero con un Sostituto Procurator Generale, e quando nell'aula della giustizia lo vedevo in toga con tanto di fascia e di berrettone e sentivo che gli davano del rappresentante della legge e qualche volta dell'Eccellenza, non potevo dimenticarmi che al tresette era una sbercia di prima qualit. Cos quando sento dire tutte queste bellissime cose a proposito della giustizia e della polizia, mi ricordo che tutte le cose umane, anche le guardie di pubblica sicurezza, sono imperfette e che io non ho potuto ottenere che i miei diritti siano tutelati e che siano puniti coloro che li offesero.
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Faccia come me l'egregio De Amicis. Si consenta che la Questura gli fa la guardia al pollaio e che, in caso, i giudici, i giurati, il Pubblico Ministero e il resto, puniscono chi gli rub le galline. Non sia indiscreto e non chiegga alla magistratura pi di quel che possa dare. Io, per cacciare il malumore che qualche volta m'invade, in faccia a certe enormit, mi distraggo raccogliendo molti casi che illustrano "la santit, l'inesorabilit, la severit ecc. della giustizia". Da quella Antologia si vede chiaro come noi ci contentiamo spesso delle parole e poco dei fatti. Vuole il De Amicis collaborare con me a questi Fasti? Se il procuratore del re ce li lascer stampare, gli assicuro che saranno un bel libro.
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IL MONTE SANTO DI DIO.
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Non c'era pi nessuno in biblioteca, ed il bibliotecario, appollaiato sulla scaletta a pioli, sfogliava rabbiosamente un volume.
Sappiate che l'et sviluppa l'intelligenza ne' libri come negli uomini. L'esperienza ammaestra i libri a temere l'uomo e difendersi da lui come possono, e se aprite un volume antico, sentirete come scricchiolano dolorosamente i cartoni, come geme il dorso, come si lamentano le giunture. Le carte si ostinano a rimanere appiccicate colla tenacit dell'ostrica che serra le valve al pericolo, ed annebbiano l'aria colla polvere, proprio come la seppia intorbida l'acqua coll'inchiostro per sfuggire al nemico. Si possono anzi notare certi fenomeni che confortano le teorie darwiniane e provano vera la sentenza che gli organi si modificano per adattarsi all'ambiente in cui debbono operare. Infatti la seppia allevata nell'acquario secerne meno inchiostro che quando  libera, e il volume nella domesticit della libreria privata secerne meno polvere che allo stato selvaggio, ossia nelle biblioteche del governo. Quanta sapienza c' nei libri!
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Il bibliotecario, sulla scaletta, leggeva brontolando con certi gesti d'impazienza che stimolavano nel volume la secrezione della polvere. Dall'alto della scansia il busto di Giustiniano guardava in gi e sorrideva con una certa malinconia rassegnata da far credere che pensasse piuttosto all'imperatrice Teodora che alle Pandette. In biblioteca non c'era di vivo che il bibliotecario, poich l'Anobium pertinax e l'Anobium stratium, non desti ancora dal letargo invernale, dormivano nelle Bibbie e nelle pubblicazioni del Ministero. Ma dai finestroni spalancati un fiume di luce allegra prorompeva nella sala, ed i raggi del sole primaverile, pieni di pulviscolo d'oro, strisciavano sulle scansie cercando inutilmente il lucido delle cornici. E col sole entrava l'eco di una battaglia di passeri sulle grondaie, il rombo lontano delle carrozze, il rumore delle voci, tutto il fracasso della citt, rammorbidito, armonizzato dalla distanza. La vita era tutta fuori, la vita nuova del mondo e degli uomini, la primavera.
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Si vede che il bibliotecario aveva bisogno di uno sfogo, perch chiuse seccamente il volume e dall'alto della scaletta lo butt gi sulla tavola. (Santi Numi, che polvere!) Discese brontolando e, attirato dalla luce e dal rumore, s'incammin verso il finestrone; ma a mezza strada si volse tutto d'un pezzo come se lo avessero chiamato, e guard Giustiniano tra gli occhi come un avversario dicendo:-Dichiaro che l'Heinecken ha torto.-E poich Giustiniano seguit a sorridere ma non rispose, riprese con voce pi alta:-Sissignore; dichiaro che l'Heinecken ha torto: torto marcio!-E volse dispettosamente le spalle al povero imperatore, incamminandosi al balcone.
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Il libro che il bibliotecario aveva scaraventato gi dalla scaletta era appunto: Idea di una collezione di stampe, con una dissertazione sull'origine dell'incisione, stampato a Lipsia nel 1771 in ottavo. Ivi l'Heinecken osserva che il Tolomeo stampato a Roma nel 1478 non contenendo altro che carte geografiche incise in metallo e fuori del testo, il primo libro con rami inseriti  il Dante commentato dal Landino e stampato a Firenze da Nicol di Lorenzo della Magna nel 1481 in folio.
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Gli esemplari di questo raro volume che si trovano ancora nelle nostre biblioteche hanno per lo pi due sole incisioni ed un'altra ripetuta, rimanendo in capo ad ogni canto vuoto lo spazio delle incisioni assenti: ma la Vaticana deve averne un esemplare con una serie di 18 incisioni incollate al loro posto, ed il catalogo della biblioteca Marchi ne annunci uno con 19 stampe; il che mostra come le incisioni fossero in gran parte eseguite se non inserite. Siano queste incisioni o no disegnate da Sandro Botticelli ed eseguite da Baccio Baldini, (non pare verosimile che siano di Maso Finiguerra, come vorrebbe una nota manoscritta della Biblioteca nazionale di Parigi), questo libro  creduto il primo che porti incisioni in metallo inserite nel testo, ed  appunto contro questa affermazione dell'Heinecken che il bibliotecario protestava.
Sotto al balcone c'era il prato della scuola veterinaria. Di l dal prato le case, e sopra le case facevano capolino i colli oramai vestiti di verde.
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 Il sole d'aprile certo aveva letto male il lunario, e, saltando un mese, s'era messo a splendere come agli ultimi di maggio, tanto esultava nel cielo turchino, tanto i suoi raggi scaldavano. E gi, nel prato rinverdito, le margherite novelline alzavano curiosamente la testa nelle cuffiette bianche per spiare i fiori candidi dei mandorli, i fiori carnicini de' peschi primaticci e tutta la nuova festa delle foglie giovani, dei getti freschi, dei ramoscelli gonfi di linfa, delle gemme turgide di succhio. Le finestre delle case circostanti erano spalancate al sole, addobbate di biancheria messa ad asciugare, sonanti di grida fanciullesche, di canti femminili. L'atmosfera limpida non sfumava i colli col solito velo di nebbia ma lasciava distinguere le casine bianche, tra siepi ed i campi verdi. Fino le campagne parevano assorte in questa fulgida ora di rinascimento e rispettavano tacendo la gioia della terra e dei viventi.
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Qualche volta a dispetto dei regolamenti, un bibliotecario non  una macchina, ma un uomo. Il nostro aspir sonoramente l'aria libera, spian le ciglia corrugate e immerse profondamente le mani nelle tasche. L'ho a dire? Ve lo dir; purch non lo ripetiate al ministro Baccelli. Il bibliotecario cav di tasca una vecchia pipa, la riemp e, dopo averla accesa, punt i gomiti sul balcone fumando saporitamente! Ma se proprio volete raccontare questa infrazione dei regolamenti al ministro che governa le biblioteche, ecc., raccontategliela pure: tanto lo sanno tutti che, mentre nelle sale di lettura, dove non c' pericolo d'incendio,  rigorosamente vietato di fumare, nelle altre sale si chiude un occhio, e una fumatina, via, si pu fare. O che male c'? La Regia ci guadagna, gli impiegati ammazzano il tempo, e il fumo del tabacco nuoce solo all'Anobium pertinax e all'Anobium striatum.
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Dunque il bibliotecario fumava come un tizzo verde e pensava:-Che bella giornata! Nitida come un Aldo in quarto, splendida come un Bodoni in carta distinta... ma l'Heinecken ha torto. Prima del Dante ci dev'essere un altro libro con incisioni in metallo. Ah, bibliotecario di poca memoria, se lo sapesse il ministro! Quanti passeri! passer, deliciae meae puellae, e sono eccellenti in umido. Il Missale Herbipolense  anche lui del 1400 dunque non  quello; ma come si chiama quell'altro? Come si deve star bene in collina oggi! Ma come si chiama quell'altro libro, come si chiama?
Si spalanc una porticina, due bimbi irruppero nella sala gridando:-Babbo! babbo!-e la signora bibliotecaria in guanti e cappelline, sollevando con garbo la veste per non tuffarla nella dotta polvere, entr nel regno del marito. Il bibliotecario vuot la pipa e la rimise in tasca.
I bimbi saltarono in giro schiamazzando, e si fermarono a studiare profondamente ed a far girare sui perni una sfera celeste, dove un frate del seicento aveva dipinto tutti i cancri, i capricorni e gli altri mostri delle costellazioni. La signora raggiunse il bibliotecario, che da buon marito non s'accorse come nella disinvolta cera della moglie un secreto desiderio e una novit d'appetito covassero insidiosi. Gi egli pensava all'Heinecken.
-Che bella giornata!-cominci la signora.
-Bellissima!-rispose il bibliotecario quasi sospirando.-E dove conduci i bimbi?
La bibliotecaria non rispose subito, ma si accomod il nastro del cappellino che non ne aveva bisogno.-Li conduco fuori-disse poi.-E tu non vieni?
-Vedi, verrei volentieri, ma debbo lavorare. Sappi che l'Heinecken dice...
-Lascialo dire. Oggi si deve star bene fuori. Vieni con noi. Anzi-(il segreto desiderio stava per vedere la luce)-anzi, non si potrebbe trovare un po' di svago pei bimbi... e per te che stai qui sempre chiuso....
-T'ho pur detto che non posso. Senti; il primo libro con incisioni...
-Perch non puoi? Ecco, se s'andasse tutti a pranzo fuori di porta, in campagna.... (il segreto! il segreto!) si andrebbe coi bimbi, sai, l nei giardini, sotto il pergolato... Ti ricordi come ci si stette bene l'anno passato? Ti ricordi? Non mi dire di no... sii buono...
Ah, donne seduttrici! Ella aveva posato la manina inguantata sulla spalla del marito e lo guardava di sotto in su, sorridendo colle labbra fresche e con gli occhi pieni di furberie e di tentazioni. Sulle gronde i passeri cinguettavano pi che mai e le margheritine bianche parevano tanti occhi curiosi che spiassero il balcone.
-Abbi pazienza-disse il bibliotecario dopo aver superato la tentazione.-Abbi pazienza. L'Heinecken...
La bibliotecaria batt il piedino per terra e ritir la mano dalla spalla del marito. Era offesa, stizzita della negazione e della mala riuscita del suo disegno.-Caro mio-riprese, sporgendo il labbro inferiore ed aggrottando le ciglia-caro mio, son pur seccanti i tuoi libri! Quando ci avrai rimesso la salute! E a contentar noi non ci pensi mai? Quando ci farai un piacere, nel nome Santo di Dio?
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Il bibliotecario diede un guizzo e spalanc le braccia.
L'ho a dire? Scaravent la papalina di velluto contro Giustiniano, e e.... via, lo dico... baci sonoramente la bibliotecaria su tutte due le gote. La povera signora che si aspettava un rimprovero, rimase attonita, poi arross un pochino e, rassettando il nastro del cappellino che questa volta ne aveva bisogno, rivolse istintivamente la testa. Ma i bimbi studiavano le costellazioni.
-Il Monte Santo di Dio-diceva il bibliotecario, gesticolando allegramente.-Il Monte Santo di Dio di Antonio Bettini da Siena, stampato da Nicol di Lorenzo della Magna in Firenze il 10 settembre 1477 in quarto grande, caratteri tondi, senza numerazione ma con segnature.  proprio quello, sai, ed  rarissimo! Ce n' uno nella Casanate; un altro  indicato nel catalogo Jackson di Livorno 1756, ma dev'essere andato nella libreria del Duca della Vallire. E sai dove l'ho visto? Vuoi vederlo anche tu?  nell'Avvertimento del tomo 3 del catalogo stampato dalla Casanate. Quello  il primo libro con incisioni in metallo inserite nel testo; proprio quello!
Il bibliotecario era raggiante. La bibliotecaria rasserenata non capiva bene l'importanza della notizia, ma capiva che una esclamazione fortunata le aveva fatto vincere la causa. Quel giorno pranzarono coi bimbi sotto la pergola dove erano stati tanto bene l'anno passato.
La sera, la bibliotecaria era gi in letto e sorrideva cogli occhi semichiusi. Il bibliotecario in abbigliamento molto leggero... molto beduino, punt il ginocchio sul letto per saltarvi dentro, ma alla prima non gli riesc.
-Com' alto il nostro letto-disse.- un vero monte!
La bibliotecaria apr gli occhioni birbi, fece una risatina piena di malizia e di carezze e susurr:-Monte Santo di Dio!
Ah, l'irriverente!
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LE POESIE DI ANGELO VIVIANI.
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Le Poesie di Angelo Viviani stanno tutte in un fascicoletto di ottanta pagine, compresa la prefazione: sono stampate a Firenze dalla tipografia del Vocabolario, e sono tra le pi brutte che siano venute alla luce in questi anni di versi scellerati.
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Nella estate scorsa mi fermai due giorni in una citt che non nomino, per ragioni che il lettore vedr pi avanti, se la buona volont gli dura. Mi fermai solo, alla locanda, per l'amore non corrisposto che porto ai libri vecchi ed alla carta scritta da un pezzo e, conservando l'incognito meglio dei sovrani, avevo il melanconico aspetto di un viaggiatore di commercio, piuttosto che quello di pretendente alle compiacenze delle vergini Muse, da buon cittadino ossequioso alle leggi, avevo dovuto scrivere il mio nome e cognome sui registri dell'albergatore, il cui aspetto poco letterario del resto mi rassicurava.
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Dopo essermi lavato dalla dotta polvere, scesi nella sala a pian terreno destinata al pasto degli avventori e alle esercitazioni coreografiche delle mosche. Ivi, contendendo con una costoletta che pretendeva di non lasciarsi mangiare sotto il futile pretesto che nel censimento degli animali regnicoli era stata compresa nella categoria asini, colla coscienza tranquilla di chi si ciba di tenero vitello, guardavo alla strada deserta bruciata dal sole, e pensavo a Fano, di dove ero partito il giorno prima, ed alla felicit di sentirsi due metri d'acqua salata sulla testa.
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Leggermente intontito dal lavoro del giorno e quasi assopito dal caldo, non davo altro segno di vita che un movimento isocrono delle mascelle ed un abbondante sudore. L'ora, e la distensione di nervi che succede alla fatica, mi davano una calma stupida ma piacevole. I pensieri mi venivano in mente quasi velati, e le stesse mosche mi trovavano senza dubbio indulgente; quando il cameriere mi si avvicin colla ciera trasognata ed irresponsabile di un ambasciatore che porta cattive nuove, dicendomi sottovoce:-C' un sacerdote che le vuol parlare.
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Un sacerdote? Ma io non ho relazioni col presbiterato! Qui non conosco nessuno, tanto meno poi preti! Vi pare l'ora questa di seccare un galantuomo che pranza? E chi  questo sacerdote?
Il cameriere alzava le spalle a maggior confermazione della propria irresponsabilit e non sapeva ripetermi altro che:-Quel sacerdote le vuol parlare.
Forse la costoletta che tentavo di mangiare mi sugger l'idea della pazienza. Del resto, come ho detto, l'ora persuadeva alla calma. Dalla finestra socchiusa vedevo una striscia di strada bianca, arroventata, popolata soltanto da un cane che accovacciato nel rigagnolo con pazienza esemplare andava a caccia di selvaggina sul proprio individuo. Il silenzio era profondo e il ronzo incessante delle mosche non lo interrompeva. Tutto disponeva alla tranquillit filosofica, e mi rassegnai a dare udienza al reverendo.
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Era un uomo robusto, bruno di pelle e di capelli, lucido in viso come fosse unto. Si avvicin mezzo sorridente e mezzo imbarazzato, ed al mio invito di sedersi, rispose con un gesto negativo risoluto e forte come la sua persona. Il collo toroso e le spalle quadrate indicavano che il sacerdote doveva avere dei terribili accessi di tentazione, ed auguro alla chiesa che il suo ministro abbia avuto la forza dell'anima uguale, a quella del corpo: se no, poveri voti!
Cos in piedi, davanti alla tavola, il reverendo mi disse che era curato in montagna, che aveva saputo per caso la mia presenza all'albergo, e che aveva voluto procurarsi l'onore ecc., ecc. Aveva un vocione robusto come le spalle, e certi scoppi di voce che facevano vibrare i cristalli. La salute e la vita traboccavano in lui, e non l'avrei certo consigliato per confessore alle damine che soffrono di debolezze. Sicuro di s dopo due minuti di conversazione, piantato energicamente sulle gambe muscolose e sui piedi da montanaro, gestiva largamente, franco come chi non teme ostacoli e non sa che sia la paura del ridicolo. Sar un buon curato, non dico, ma a prima vista non ricordava le macerazioni dei perfetti servi di Dio.
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Dopo i primi complimenti tirati a bruciapelo, salt a parlare di scuole poetiche. Ne parlava ruvidamente con idee vecchiotte, reminiscenze forse del corso di retorica fatto in seminario, ma con una schiettezza cui sono poco usati i critici di mestiere. Ricordava il tipo del bello, la verit eterna e tante altre cose che ora non si ricordano pi, e di quando in quando puntava le mani aperte sulla tavola con certi "che ne dice lei?" baritonali e sonori, senza attendere la mia risposta. Poi s'imbarcava di nuovo ne' suoi ragionamenti antiquati, di dove scoppiettava qua e l qualche idea bizzarra o ingenua, con una foga di uomo convinto e militante che mi meravigliava.
Mi meravigliava e m'imbrogliava. Che diavolo voleva egli da me? Per grande che sia la mia presunzione, non arriva fino ad ammettere che un curato di montagna venga a cercarmi pel solo gusto di fare la mia conoscenza. Un perch dunque ci doveva essere. Ma quale?
Pensai di offrire da bere al mio reverendo interlocutore, ma egli, senza interrompere il suo discorso, fece il suo solito segno di negazione colla mano, e tir avanti a parlare di idealismo e di realismo.
Io cominciavo a riflettere seriamente alla digestione.
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Quando Dio volle, cominciai a capire dove andava a cascare tutto questo discorso. Il curato tir fuori di tasca un mazzo di bozze di stampa e vidi con raccapriccio che erano versi. Sono parecchi anni che passo la mia vita a trovare delle scappatoie per non leggere i versi che mi mandano perch io dia un parere secondo il mio illuminato giudizio. Ho finito col non rispondere pi a nessuno; ma questa volta dovevo pur dir qualche cosa. Un curato di quella robustezza non si pu lasciar senza risposta come una lettera. Mi convinsi che la costoletta era decisamente asinina. Come mi pesava sullo stomaco!
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Pensai, cos alla prima, che i versi fossero del curato in persona: ma me ne diceva male con troppa convinzione perch io credessi ad una finta da parte sua. Ne diceva corna; dunque doveva esser roba di un suo amico.
Cos difatti era. I versi di Angelo Viviani sono di un suo amico, curato anche lui! Ero proprio cascato nelle braccia della Chiesa.
Il curato poeta ha voluto fare anch'egli la sua gherminella come un tale di mia conoscenza, ed ha fatto precedere ai versi una prefazione firmata Un amico, nella quale si legge come qualmente Angelo Viviani era un giovane pieno di buone qualit, bersagliato dalla fortuna, innamorato senza speranza (hai! ahi!) ed altre belle, ma vecchie cose. Solo che il romanzetto, invece di finire al solito colla morte del protagonista per via della solita tisi, finisce colla emigrazione del Viviani per la libera America.  vero: Ecclesia abhorret a sanguine.
Il curioso poi era che il curato presentatore dei versi del Viviani non aveva abbastanza parole per biasimare la gherminella che gli pareva irriverente pel pubblico, indegna di uno che ha fede nelle cose proprie, e via di questo passo. Non si ricordava forse a chi parlava. La costoletta era dura a digerire, ma il curato peggio.
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E poich parlo di gherminelle, intendiamoci bene. Protesto che vi racconto la verit senza abbellimento di alcuna sorta, e solo con quelle poche velature che valgono a far perdere la traccia de' miei due curati ai rispettivi vescovi, se per caso leggessero queste righe. Il fatto  verissimo, dal principio alla fine, e pur troppo mi  capitato. Dio nella sua misericordia perdoner ai curati peccatori. Io li punisco con questo racconto: ma mi dorrebbe che li punisse il vescovo. Sarebbe un rimorso che mi peserebbe sullo stomaco pi della costoletta.
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Mentre il curato parlava, io andavo leggendo qua e l i versi che sono davvero bruttini. Ce ne sono di quelli che, se non sono zoppi affatto, sono molto sciancati: ma poich ormai il notare i versi che non possono camminare la dicono pedanteria, mi fermo a dire che quel libretto mi d un po' l'idea d'un magazzino di rigattiere, tante sono le ciarpe vecchie che l'ingombrano, come i sonetti alla luna, alla malinconia e simili. Ci sono poi delle idee curiose, come quelle d'una quercia che crescendo addosso ai morti allevia i loro giacigli, e degli errori curiosi di storia naturale, come quello che fa le gagge cerulee. Si vede che il curato poeta non ha molta pratica di fiori e di fioraie.
L'odor di prete si sente dappertutto, poich ad ogni pagina s'incontrano Dio, il purgatorio, le campane, i mistici fiori, i martiri, gli eletti ed altre sacrosante cose. Ma in mezzo a questo c' un amore; anzi, a quanto pare, pi d'uno.
Voglio credere, per l'onore del sacerdozio, che quegli ardori profani siano una reminiscenza di giovent, una reminiscenza che ha preceduto la solennit della tonsura. Ma tuttavia il sentire un reverendo curato cantare alla luna i rigori di una Emilia in carne ed ossa, mi fa un certo effetto!...
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Cos andavo leggendo, quando mi capit sotto gli occhi questo sonetto sgangherato, ma strano in bocca a un prete:
20 SETTEMBRE 1880.

Da questa eccelsa vetta abbandonata,
D'alberi monda e sol d'erba vestita
E d'ermi fiori, dove cento han vita
Ruscelli d'acqua limpida e gelata,
O il bel cielo ch'io miro, o quale aurata
Spera di sole, o l'Alpi, o l'infinita
Cerchia di mar e i fertil pian (gradita
Stesa di ville!) o Ausonia mia adorata
Al bel Paese delle Grazie e Amore
Risorto ormai, s impreco in questo giorno:
L'ira  d'Iddio lo distrugga intero
Se de' suoi figli il senno ed il valore
Nol serber di libertade adorno,
Uno e temuto in faccia allo straniero.
Tombola! Un curato che parodia i versi di Garibaldi: "Vorrei veder la trepida-Sotto il baston del Vandalo" ecc.; un curato che canta l'Italia libera ed una proprio il 20 settembre, l'anniversario della breccia!...
Questa non me l'aspettavo! Guardai in faccia il mio reverendo interlocutore che tacque un momento e lo interrogai. Caddi di sorpresa in sorpresa! Anche questo curato era liberale, unitario ed ammiratore della breccia! Vi parr impossibile, ma fu vero pur troppo per me, che dovetti sorbirmi una nuova esposizione di princip. Ne disse di quelle che, se la Curia lo avesse sentito, lo avrebbe sconsacrato l, proprio nella sala della locanda.
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Ma pi di tutto era furibondo contro ai seminari.-Ci prendono bimbi, c'imbottiscono di sciocchezze-(e additava le bozze del suo amico),-ci tengono chiusi come frati in una atmosfera artificiale come i poponi nelle stufe, ed un bel mattino ci ungono come stivali di vacchetta e ci mandano per bosco e per riviera. Arriviamo nel mondo colle nostre idee del seminario e troviamo che non sono altre che buffe. Tentiamo di cambiarle, di studiare, di capire il mondo in cui dobbiamo vivere, ma abbiamo sempre un filo legato al piede, siamo sempre tenuti d'occhio come gli ammoniti. Lo stigma del seminario non si cancella pi dalla nostra fronte, ed  vero il detto: Semel abbas semper abbas. Quando la chiesa ha afferrato una volta la sua preda, non la lascia pi. Ci destiamo un bel mattino al bivio o di apostatare per essere odiosi a tutti, o di essere ipocriti per essere accetti da tutti.  troppo naturale che la umana debolezza scelga quest'ultima strada, ma perdio-(disse proprio perdio chiaro e tondo)-ci pesa il batterla e la colpa  tutta di quelli l.
Qui il curato tese il dito in direzione nord-ovest, dove suppongo che si trovasse il seminario dell'anima sua ed abbandon le sereni leggi del linguaggio parlamentare.
Doveva toccare a me anche questa! Il mio curato aveva spiegato le vele a tutti i venti, e bestemmiava le cose pi sacre della religione cattolica, come il poter temporale, la prigionia del papa e simili quando io che non ne poteva pi gli troncai a mezzo il discorso coll'apostrofe del Carducci:
Cittadino Mastai, bevi un bicchier!
e gli tesi il bicchiere colmo. Rimase col discorso a mezzo, esit, poi scosse la testa come per dire mi decido! ed afferr il bicchiere colla sinistra. Intanto alz il pugno destro in aria, colla fronte corrugata e i denti stretti, brontolando:-Ah! Mastai! Mastai!
Se la Curia avesse visto che pugno nocchieruto era quello!
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Bevve, riprese le bozze, contentissimo che i versi del suo amico non mi fossero piaciuti. Mi alzai in maniera di congedo, mi strinse forte la mano, e se ne and calcandosi il nicchio sul cranio con un gesto nervoso.
L'altro ieri la posta mi ha portato i versi di Angelo Viviani, e la scena mi  tornata in mente, tanto che non ho potuto resistere al prurito di raccontarla tale e quale.
Fortuna che per l'Appennino dei Viviani ce ne son pochi; se no, il Parnaso e il Vaticano starebbero freschi!
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L'ULTIMO AMORE.
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Non mi ricordo pi che ufficio avesse nella Pia Opera dei Ciborii, ma so che era bella; bella come non dovrebbe poter essere una signora cattolica e clericale, militante, per giunta. Era di non so quanti comitati di dame cattoliche: aveva subto imperterrita le fischiate rivoluzionarie uscendo dal congresso cattolico di Bologna (mi ricordo che, aveva un cappello tondo a larga tesa che le stava di incanto!), era stata a Lourdes, alla Salette, a tutti i pellegrinaggi vaticani. Ricamava pianete e tovaglie d'altare firmava le proteste pel riposo domenicale, sottoscriveva a tutti gli oboli, non mancava a nessun triduo; eppure era bella!
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Vestiva per lo pi nero, non so se pel lutto della chiesa o perch il nero stava bene ai suoi capelli biondi ed alle sue forme ricche, bench non milionarie. Per era solita e tener gli occhi bassi, e questo le stava male, perch due occhioni cos profondi e che ricordavano la morbidezza nera e voluttuosa del vellutto avrebbero dovuto mostrarsi di pi per dar gloria a Dio nella sua creatura. Pareva che i suoi piedini sdegnassero il selciato volgare delle nostre vie, perch non la vedevo altro che nella sua carrozza foderata di raso turchino e con tanto storico blasone allo sportello. Ci stava dentro un po' sdraiata, ma sempre vestita di nero, sempre cogli occhi bassi, sempre sola, perch suo marito aveva quindici anni pi di lei e soffriva di podagra.
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Bisogna dire, a sua lode, che una virt cos severa non s'era vista da un pezzo nella nostra aristocrazia un po' larga di cintura. Le lingue aguzze ed affilate, che nei caff e nei circoli tagliano e cuciono, avevano risparmiato sempre la sua riputazione. Che cosa avrebbe potuto dire? Non frequentava divertimenti mondani, non aveva amiche intime, non aveva nemmeno un cugino e, cogli occhioni abbassati, andava alla santa messa tutte le mattine.
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Ci fu un tempo (guardate che sciocchezza!) nel quale fui innamorato morto della bella cattolica. Che ci fareste voi? Da studenti son cose che cpitano, questi amori petrarcheschi, questi desiderii senza speranza. Si ha bisogno di portare un idolo femmina nel cuore, si desidera una donna sino alla quale non si possa giungere, e per poco che il temperamento si presti ed i romanzi aiutino, si pu fare una corbelleria. Molti in quella et beata si compongono un romanzo nella testa, lo covano colla immaginazione, lo accarezzano e ci fantasticano sopra con una volutt dolorosa, con una evidenza che nei giovani di fantasia feconda di sangue caldo ha l'illusione della verit; come il sogno nel momento del sognare.
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Chi non pu raccontare la storia di un amore portato a lungo e segretamente nel cuore senz'altre consolazioni che quelle del cervello eccitato? Chi, almeno tra la veglia ed il sonno, non lavor di fantasia e non salv una donna, che non lo guard mai, dalle fiamme, dall'annegamento, dalle coltellate, da tutti i modi di morte che lo stato civile annovera tra le morti violente? Ebbene, cos m'era capito a proposito della bella segretaria dell'Opera pia dei Ciborii. (Credo proprio che fosse segretaria).
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Fu precisamente quando davo ad intendere ai miei di casa di studiare il secondo corso di giurisprudenza e di consacrare le mie veglie ai misteri del diritto canonico. La vidi in carrozza e domandai chi fosse. Mi dissero titoli nome, cognome, e aggiunsero che da pochi giorni aveva sposato il signor marchese tal dei tali, maturo maturissimo e podagroso; e fu fatta!
Non erano i saggi indovinelli del diritto canonico quelli che mi facevano andare a letto troppo tardi. Avevo aperto tutte le valvole di sicurezza ai vapori giovanili, troppo compressi dalla disciplina del collegio; le avevo spalancate allegramente e tutte, in barba a tutti i diritti. Fumavo come un turco, bevevo come un tedesco, merendavo nei suburbi con vergini eterodasse come un francese; insomma galoppavo come un puledro cui si allenti il morso. Ma tutto questo sfogo era piuttosto fisico che altro, era la fame dell'animale che cerca la saziet, non la delicatezza. Cos quei tesori di sentimento e, se volete anche, di romanticismo, che in quelli anni stanno in cuore a tutti, non li sciupavo; anzi, quasi quasi non li sapevo nemmeno tra i miei capitali attivi. La matta vita dello studente non mi lasciava rughe nel cuore; ed una notte al veglione, non solo non mi dava rimorsi, ma mi faceva dormir meglio il giorno dopo.
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Fu in quel tempo che vidi per la prima volta la bella cattolica e che un amore stravagante mi sbocci nel cuore; amore da collegiale, senza carnalit, senza forme precise. Dio, nella sua infinita misericordia, perdoner ai sonetti rimati per la mia Laura codina, ai romanzi covati nel dormiveglia, a tutte le stramberie dell'immaginazione sfrenata. Chi le spiega queste allucinazioni degli efebi? Gi non si arriva a spiegarle; e poi chi arriver a capire perch una notte d'inverno io mi sia levato da letto per andare a baciare la facciata del suo palazzo. Sono sciocchezze: gi! Ma come  triste non essere pi cos sciocchi, com' doloroso capire che sono sciocchezze!
Sciocchezze; gi! Ma sono il meglio dell'amore.
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Erano passati parecchi anni ed avevo dimenticato tante cose, anche il diritto canonico, quando, verso il tocco di un caldissimo giorno d'estate, andai alla stazione e comprai un biglietto di prima classe per Venezia. Volevo vedere un codice alla Marciana e bagnarmi al Lido.
Io ho una bella barba. So bene che questa affermazione avr dei contradditori e forse, ahim! delle contraddittrici; ma ho una bella barba. Nulla  perfetto a questo mondo, e la mia barba avr dei difetti; io per non ce li trovo. Una signora (che lingua hanno le signore!) ha detto che ho la barba rossa. Ma  possibile? Certo, vista sotto alcune incidenze di luce, ha dei riflessi fulvi, dei lampi color di rame; ma una barba cos non  rossa. Io s, potrei dire... ma non sta bene.
Dunque ho una bella barba. Divisa alla nazzarena, folta sotto al mento, mi chiede molte cure amorose, ed io gliele prodigo. In quel tempo avevo un pettine tascabile, munito del suo bravo specchietto, e spesso guardavo come stesse di salute la mia barba diletta, e la pettinavo, la lisciavo, l'accarezzavo con affetto paterno. La dite una debolezza? Meglio questa che un'altra.
Ho gi detto che era caldo. La stazione era quasi deserta, e, salito in carrozza, sedetti dallo sportello opposto a quello da cui ero entrato, per non trovarmi poi col sole addosso. Un mio buon amico, impiegato nelle ferrovie, mi chiam a nome e mi domand dove andavo, ed io affacciato allo sportello, mi misi a parlare con lui. Mi ricordo, cos in nube, che mi parl di una gratificazione negata, o data a un'altro, o press'a poco. Intanto io col pettine mi ravviavo la barba.
Guardavo nello specchietto, quando, nel vano dello sportello rimasto spalancato dietro me, vidi entrare un braccio maschile, alla vetta del quale era male appiccicata una manaccia nera. La mano teneva una valigietta di cuoio bulgaro con borchie di metallo opaco, e la gett sul sedile.
Il mio buon amico parlava sempre, ed io pensavo:-Questa manaccia  di un cocchiere o di un cuoco; ma la valigetta di chi sar?
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Venne la spiegazione dell'enigma. Con un cappello alla sgherra, con un abito ben serrato al corpo, sal in carrozza la mia bella codina.
Benedissi l'amico, le gratificazioni e sopratutto lo specchietto che m'avevano evitato la sorpresa, e cos, affacciato allo sportello e parlando sempre, ebbi agio di rimettermi, di dare un'occhiata mentale al mio abbigliamento, un'occhiata speculativa alla barba ed alla cravatta, e di rallegrarmi della felice idea avuta di mettermi i guanti. E pensavo:-Dove va? Che ci sia il marito? E se rimanessimo soli?-Ma non sapevo se avessi piacere o paura di rimaner solo con lei.
La locomotiva fischi, chiusero gli sportelli con fracasso, e l'amico mi salut urlando il mio nome e il mio cognome. Vidi nello specchio che la mia compagna, sentendomi nominare, alz la testa e mi guard rispettosamente con una certa curiosit. Conosce il mio nome: pensai. Per una codina, non c' male! Bisogna infatti sapere che in quel tempo alcuni, anche ne' giornali, si occupavano di me per dire che stampavo delle cosacce immorali.
Quando sedetti, bench fossi preparato, un certo non so che rassomigliante alla tremarella, l'avevo. Mi sentivo dentro quell'angoscia di sospensione che debbono provare gli autori comici prima che si alzi la tela ad una prima recita. Per fu un momento, teneva sempre gli occhioni chinati, ma ci vedeva lo stesso, poich sedendomi feci l'atto di un rispettoso saluto ed ella lo contraccambi sempre senza guardarmi, ma con un impercettibile ghignetto che pareva dire:-Maschera ti conosco!
Uscendo dall'ombra della stazione, un raggio di sole, uno di quei raggi gialli dentro ai quali turbina la polvere, proruppe dallo sportello, e le si stese sulle ginocchia e scese gi sino al tappeto. Seguii coll'occhio le linee scultorie disegnate dal sole intelligente, gi gi, sino ai piedi, ai piedini chiusi in uno scarpino scollato che lasciava vedere la calza di seta azzurra. Ella non mi guardava mai, eppure i piedini, sorpresi in flagrante, si ritirarono subito sotto le gonnelle come ragazze adocchiate che scappano dalla finestra. Benedette donne come fate a vederci senza guardare?
La guardai io, perch la ritirata dei piedini mi fece supporre in lei qualche cambiamento di fisonomia. Nemmeno per sogno! Era calma e bella come una statua di vestale. Solo, ma fu un lampo, alz le lunghe ciglia e le riabbass subito. La mia faccia doveva parere una pagina di lirica seicentista, tanto era piena di ammirazioni, di esclamazioni, di iperboli e di altre meraviglie poetiche dopo l'apparizione dei trionfali piedini. Doveva averci letto l'elogio della sua bellezza, l'elogio appassionato e sincero che ogni gonna, anche di intelligenza corta, capisce subito. Che non se ne fosse avuta a male, lo capivo; nessuna donna si offende se l'ammirano: ma che non ne avesse arrossito, anzi che nemmeno ci si fosse provata. Mi parve strano per una dama dell'Opera pia dei Ciborii. Ad ogni modo, mi levai, abbassai la tendina azzurra, dicendo, come si usa:
-Se incomoda la signora...
Non aspettavo risposta. Invece udii la sua vocina fresca e chiara dirmi:
-Grazie: proprio il sole scotta...
Io era sbalordito: ella aveva alzato gli occhi e il ghiaccio era rotto.
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Si cominci, s'intende, a parlare del bel tempo e della pioggia, ma presto si casc nella letteratura. Io passavo di sorpresa in sorpresa e non avrei mai creduto, a dispetto delle calze di seta turchina, che la padrona di due piedini cos piccoli potesse avere una coltura letteraria cos fine e giudiziosa. Mi recit tutta quanta l'Aspasia del Leopardi, ed a Ferrara ricordammo ella il Tasso ed io Eleonora. Il sole saettava le sue fiamme nei finestroni del castello degli Este che pareva divorato da un incendio interno, e parlammo poco di Lucrezia Borgia e molto di Ugo e Parisina. Ella non sapeva l'inglese e volle che le recitassi il principio della cantica del Byron; ma quando cominciai:
It is the hour when from the boughs
The nihtingale's high note is heard,
rise, rise di cuore. Che denti splendidi mi mostrava tra que' suoi labbruzzi di bambina! S'era appoggiata un po' indietro e mi guardava in faccia dentro negli occhi, come se fossimo stati amici vecchi.
Al passaggio del Po, sul ponte lunghissimo, sporgemmo tutti e due la testa dallo stesso finestrino. A monte del fiume, sul ponte di barche, si vedevano passare i carri piccini piccini e l'acqua lenta e solenne specchiava il sole il cui riflesso le tremolava sotto i morbidi candori del mento e nei ricciolini d'oro insubordinati. Mi parve che quella prossimit delle persone dovesse stringere meglio i vincoli della cominciata confidenza. Invece da quel punto ella cominci a perseguitarmi con certi motti pieni di spirito,  vero, ma anche un po' pungenti.
Combattemmo di arguzie e di piccole malignit. Mi tornavo a sentire studente, e quando alle volte rimanevo ferito nel vivo, mi dicevo:-Che cosa avresti risposto tanti anni fa, quando eri innamorato di lei?-E la risposta veniva, sempre pi calzante, sempre pi ardita e pi piena di una affettuosit contenuta che doveva fare ottimo effetto. Cos lottando di impertinenze garbate passammo il Polesine e Rovigo: ma quando ci avvicinammo ai colli Euganei m'accorsi che oramai si dava per vinta e mutai tattica. Mi feci pi tenero ed anche pi eloquente.
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Cominciai, cos alla larga, a narrare il bene che avevo voluto ad una signora che non nominavo. Come parlavo bene! La mia voce era una musica molle, dalle onde languide e carezzevoli, e le parole mi venivano corrette, misurate, ma nella frase si colorivano, si scaldavano, e il discorso, irreprensibile nella forma, aveva preso un'abbondanza ovidiana, una eloquenza fascinatrice tale che qualche volta mi pareva di recitare dei brani della Nuova Eloisa. Ella, stesa nel suo cantuccio, seguiva cogli occhi socchiusi i fili del telegrafo e gli alberi che si rincorrevano. Non si moveva e solo le sue labbra erano rialzate da un impercettibile sorriso e il respiro largo e tranquillo le sollevava e le abbassava lentamente il busto. Io parlavo, parlavo, languidamente, con delle inflessioni di voce che parevano dichiarazioni fatte in ginocchio, con delle frasi morbide che parevano preghiere. Qualche volta i suoi occhioni si fissavano ne' miei e fuggivano; qualche volta apriva a mezzo il ventaglio come per coprirsene la faccia e ad un tratto chiuse gli occhi come se dormisse. Io seguitai a parlare, sempre pi chiaro, sempre pi eloquente e chiedendomi sempre quel che avrei fatto, studente, in quella posizione.
Se guardate nelle guide dell'Alta Italia, vedrete che dopo Monselice c' un tunnel.
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Uscendo dalla stazione a Venezia, il sole ancor alto batteva sull'acqua immobile e verdognola del canale. Ella aveva preso il mio braccio e ci eravamo fermati, un po' indecisi, fuori dell'atrio, mentre i gondolieri dalla riva ci chiamavano ad alta voce agitando le braccia. Io ruppi finalmente il silenzio impacciato e chiesi:
-Dove smonta ella, signora?
Ella diede un'occhiata gi, lungo l'acqua; si guard la punta del piedino, poi levando la testa ad un tratto e sorridendo col suo bel sorriso di innocentina, rispose:
-Dove vuoi.
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LE MEMORIE DEL PRINCIPE DI METTERNICH.
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 inutile. Semel abbas, semper abbas, e chi fu diplomatico una volta, conserva sempre il pelo e il vizio del diplomatico. Non  giusto quindi domandare a quel principe di Metternich che diresse la cancelleria austriaca dal 1809 al 1848 e che fu uno dei pi perfetti tipi del diplomatico astuto ed impenetrabile, la franchezza intera ed indifferente che G. C. Rousseau us nelle sue Confessioni. Il furbissimo principe non dice anche in queste sue Memorie d'oltretomba altro che quello che vuol dire e che importa far sapere a maggior gloria dell'imperatore Francesco I e della sua cancelleria. Egli serve fedelmente Sua Maest Imperiale e Reale anche vent'anni dopo la morte.
Che freddo in queste Memorie! Tutto vi  misurato, calcolato come in un documento ufficiale. Mai una nota d'affetto o di passione, mai nemmeno la sublime follia dell'amor di patria! L'intonazione la d lo stesso imperatore.
Dopo le vittorie del 1814 egli vuol ringraziare con una lettera autografa il maresciallo di Schwarzenberg, ed al Metternich, che redige la minuta, sfugge due volte la parola patria. Sua Maest colla sua imperial mano cancella due volte la sacrilega parola e sostituisce una volta i miei popoli, l'altra il mio Impero. I luoghi comuni delle paterne viscere e del paterno affetto sono buoni pei proclami, in cui si chiede qualche cosa, sangue o danaro; ma nel segreto del gabinetto imperiale sarebbe ridicolo ricordarli. Sua Maest il 17 gennaio 1811 scrive al ministro: "Se per evitare mali maggiori bisognasse venire al cambio della Galizia, si cercherebbe di fare in modo che almeno il cambio avesse luogo senza che la mia Monarchia ci perdesse. Per questo voi avrete cura d'informarvi esattamente, ma in modo discreto, sul valore di questa provincia e di quella che ci tornerebbe conto ottenere in ricambio" Proprio cos! Le paterne viscere amano i popoli in ragione di quello che valgono, tanto per cento. I popoli! Tutta retorica, e, se la lingua tedesca lo avesse permesso, probabilmente il monarca e il cancelliere avrebbero scritto a modo di scherno questa maledetta parola con tre p, come i conservatori italiani che vogliono essere spiritosi.
Il cancelliere visse in un mondo che non  il nostro, n pel tempo, n pei sentimenti. Aggiungasi che fino dal suo ingresso nella diplomazia si chiuse in quell'ambiente artificiale, freddo e sordo alle voci del di fuori, dove i negoziatori e i ministri delle monarchie, pi o meno assolute, filano i loro ragnateli. Nelle novecento pagine dei due primi volumi si parla di Austerlitz, di Jena, di Wagram, della ritirata di Russia, di Dresda, di Waterloo, si parla di carestie, di epidemie, di mille disastri, ma se ne parla sempre dal punto di vista dell'interesse del sovrano. Non sapete mai se qualcuno mor in quelle battaglie, se qualcuno soffr di quei flagelli. Che importano al sovrano e al cancelliere le sofferenze dei popoli? Che importa loro se c' chi piange e chi muore? Si salvi, si accresca, si consolidi il dominio; a spese di chi, non importa. Se il popolo non ha pane, mangi pasticcini.
E qual cecit, quale completa mancanza dell'intuizione dell'avvenire in un uomo, cui non mancavano n l'ingegno n i mezzi per illuminarsi! Probabilmente il vivere nel mondo artificiale della diplomazia egoistica e fredda, gli tolse il veder bene nel futuro; certo poi la sommessione canina ai dogmi meschini ed interessati del suo principe lo accec affatto. Nel 1814, a Langres, lo czar Alessandro lo fece chiamare e gli disse che, la Francia essendo ostile ai Borboni, voler ricondurre sul trono per forza quella famiglia sarebbe stato esporre la Francia e l'Europa a nuove rivoluzioni che avrebbero avuto effetti incalcolabili. Quindi bisognava che gli alleati dirigessero ai francesi una dichiarazione, dove si dicesse che nessuno voleva mescolarsi nella ventura forma di governo e nella scelta del sovrano. Si convocassero le assemblee primarie e i deputati, per decidere intorno a simili questioni, come rappresentanti della intera nazione. Metternich si oppone e l'imperatore lo appoggia sino alla minaccia di ritirare il suo esercito, se non s'impone alla Francia Luigi XVIII.-Il re legittimo  l,-disse il cancelliere, e lo czar, cedendo, rispose:-Ho parlato secondo la mia coscienza; il tempo far il resto. Egli ci dir chi aveva ragione.-Chi aveva ragione lo sa Enrico Quinto.
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Eppure questa fredda esecuzione degli ordini del principe assoluto sente il bisogno di coprirsi di una frase generosa. "Io mi riconosco il diritto ed il dovere d'indicare a coloro, che verranno dopo di me, il mezzo, il solo mezzo per l'uomo coscienzioso di resistere alle burrasche del tempo. Questo mezzo l'ho formulato nel motto che ho scelto come simbolo della mia convinzione, per me e per quelli che mi seguiranno: la vera forza  il diritto. Senza il diritto, tutto  fragile." Belle parole, ma il diritto di Metternich  il diritto dei re, non quello dei popoli;  il diritto della corona imperiale, unico e solo;  insomma il diritto divino.
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Si  voluto contrapporre questa massima, apparentemente generosa, all'altra: la forza vince il diritto, che si suppone detta dal principe Bismarck, quantunque egli neghi di averla mai detta, e coloro che gliela attribuiscono non sappiano dire n quando, n dove l'abbia detta. Ebbene, i due cancellieri, come le due massime, vogliono dire lo stesso. La forza dell'uno deve vincere i diritti di tutti. Il diritto divino dell'altro deve vincere le forze e i diritti di tutti.
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Sarebbe altres curioso il conoscere i pensieri del Metternich intorno all'arte. Il cancelliere infatti fu curatore dell'Accademia viennese di Belle Arti, per la stessa ragione probabilmente che Ollivier e il duca d'Aumale ebbero un seggio nell'Accademia francese. Il Metternich almeno aveva la scusa di sonare mediocremente il violino! Tuttavia i documenti ci mancano, non trovando che un discorso insignificante e pieno di ampollose laudi dell'impero, in data 12 febbraio 1812. Ci troviamo per una bizzarra idea. Fidia, Prassitele, Raffaello, Rubens non obbedivano esclusivamente a leggi meccaniche.  dal fondo di un'anima ispirata che attingevano la potenza meravigliosa, animatrice delle opere loro.
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Cos dice il curatore dell'Accademia e sta bene; quegli artisti avevano una cosa che non tutti hanno, il genio. Ma poich tra gli artisti di quei giorni il genio non abbondava, era riserbato all'imperatore Francesco "riempire questa lacuna". I nuovi statuti "fondano una cattedra di storia dell'arte". Che bella cosa! Una cattedra dove s'impara il genio, una estetica che vi d la potenza di Michelangelo! Ma Raffaello a quale cattedra di teoria dell'arte doveva il suo genio? Non lo dice il Metternich e non lo dicono gli accademici pei quali anche oggi fuori della ortodossia della scuola non c' salute.
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Chiudiamo il libro. Il principe di Metternich si presenta al lettore nel suo pi corretto contegno di diplomatico emerito. Nulla gli manca, n le brache corte, n le decorazioni. Eppure qualche cosa d'intimo sembra sfuggirgli tra le molte parole. Egli ci rivela una aridit di anima, una secchezza di sentimento che fanno paura. Invece del cuore, quell'uomo doveva avere una pietra pomice, e invece del cervello un congegno d'orologeria. Bisogna vedere quel che pensava costui degli affari d'Italia del 21 e del 31; ma vedremo, ne siamo certi, lo stesso uomo, gelido, arido, impassibile davanti ad una sconfitta o ad un trionfo, davanti una festa od un supplizio. Uomini cos fatti campano molto e fanno molto male. Speriamo per fortuna nostra che in Italia non ne nascano mai.
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METTERNICH.
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 inutile: la fregola dell'applauso pubblica trascina tutti, anche coloro che si drappeggiano nella impopolarit come in una clamide imperatoria. I seicentisti usavano la metafora il teatro del mondo; e noi che abbominiamo il seicento per sentita a dire, senza averlo mai studiato anche superficialmente, abbomineremo anche questa metafora che pure  giustissima, poich il mondo  proprio un teatro. Il pubblico paga,  stimato una mandra di asini, ma si riserba il grande diritto di fischiare o d'applaudire: gli artisti sprezzano superbamente la platea ma campano di lei e per lei, svengono se fischiati, si gonfiano se applauditi e diventano commendatori. Parlo degli artisti in generale, poich le esclusioni da fare sono poche o nessuna. Dall'infimo gradino al pi alto, dal burattinaio al poeta, dal cavadenti al diplomatico, tutti posano oramai per questo pubblico che inter pocula affettano di spregiare.
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Gi stampare un libro, esporre un quadro od una statua, far recitare un dramma, concludere un trattato, firmare una legge, non  altro che esporsi ai giudizi della platea che oggi fa gli uomini grandi o contenti: i palchi non contano pi e la platea stessa teme che lo scettro della sovranit non passi al loggione.
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Guardate i diplomatici, la gente che fa professione di esser fredda come il ghiaccio ed insensibile come l'insensibilit. Anche essi hanno finito col cedere a questa massima delle potenze umane, la platea: hanno capito che la immortalit, la fama, la lode, non vengono pi dalle corti, dalle conversazioni, dalle accademie, ma che il pubblico  l'arbitro supremo ed inappellabile. Vi ricordate il processo del conte d'Arnim, le interpellanze pel libro del La Marmora, tutta la fatica che si fa perch i secreti diplomatici non vengano a galla? Per contentare questo pubblico, cui bisogna finire col rendere i conti, si sono inventati i libri turchini, rossi, verdi e gialli: raccolte di quei documenti che possono esser liberati alle stampe senza pericolo di pettegolezzi.
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 Ma il pubblico non si contenta e i diplomatici capiscono che debbono contentarlo per forza; ed ecco i comunicati ufficiosi, le indiscrezioni volute, le rivelazioni inopportune, le bugie, le verit, le calunnie e le adulazioni che vanno e vengono con onda alterna, lambendo umilmente la spiaggia dove lo spregiato pubblico pianta robustamente i suoi democratici piedi; ecco gli artisti che scrivono opuscoli, autobiografie, invettive, dove s'invoca la platea come giudice dei disprezzi troppo superbi e troppo sterili dell'arte del pubblico che paga: ecco, per dir tutto, che Napoleone cerca di giustificarsi nei manoscritti di Sant'Elena, che Talleyrand lascia un volume o due, ricordi prossimi ad essere pubblicati: e che Metternich il freddissimo, l'insensibilissimo Metternich, solleva il coperchio del sepolcro e cerca d'ingannarci ancora con le sue giustificazioni d'oltretomba e s'inchina, riluttante e ringhioso, al giudizio della platea che odiava. Valeva proprio la pena di fare i trattati del 1815, di trionfare ai Congressi di Carlsbad, di Lubiana, di Verona, perch i posteri giudicassero poi a modo loro, perch il figlio d'un povero farmacista si sentisse in diritto di non accogliere le giustificazioni preparate dal Serenissimo Principe, e di metterle in canzonetta sulle pagine di questo libriccino.
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Lascio stare la politica. In quel benedetto regno tutti giudicano secondo il partito cui appartengono e sopprimono, incoscienti, le proprie convinzioni personali pel trionfo d'un uomo o d'una bandiera. Ma nei quattro primi volumi delle Memorie di Metternich ci sono parecchi fogli di stampa che non trattano di politica e, senza passione, si pu ragionarne. Nel terzo volume specialmente ci sono molte lettere scritte dall'Italia, e per dire fin da principio l'impressione che quelle lettere lasciano in un italiano mediocremente colto, per dirlo anzi in termini garbati e parlamentari, diremo che non si pu essere pi corto, pi volgare, pi talpa di Sua Altezza il principe Clemente Venceslao Nepomuceno Lotario di Metternich, Cancelliere di Corte e di Stato dell'Impero d'Austria.
Io credo che se Ferdinando Martini non avesse fatto altro, avrebbe dato gi una prova di grande ingegno definendo, come defin, il principe di Metternich un grande impiegato.
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Non credo che un viaggiatore possa essere pi trivialmente volgare del principe quando scrive le impressioni ricevute dalla natura o dall'arte italiana. La pi frigida miss inglese scrive con maggior entusiasmo e con maggiore intelligenza gli scarabocchi del suo giornale di viaggio. Ho il sospetto che il principe copiasse qualche Guida o cresimasse come sue le bestialit di qualche cicerone patentato, e che scrivesse di suo solo le variazioni di temperatura; come quando in faccia alla divina veduta della Toscana non sa dire altro che c' una finestra dalla quale si vedono quattro mila case e che dalle undici alle cinque fa caldo. E questo sospetto cresce quando sento il principe dire: "Una cosa notevole di questo paese  la qualit di coltura che si trova nel popolo. Non c' un contadino che non parli la sua lingua con tutta la ricercatezza e l'eleganza di un accademico della Crusca. Parlare con questa brava gente  cosa curiosa, poich parlano come si parla nelle illustri sale di conversazione, senza dialetto e senza quelle grida e quegli scoppi di voce che si sentono nel resto d'Italia. Un vignaiuolo che aveva l'aspetto quasi di un negro mi fece da cicerone e mi raccont tutto, mi spieg tutto, come avrebbe potuto fare un antiquario".
Povero principe! Certo qualcuno gli diede ad intendere queste sciocchezze per canzonarlo, e lasceremo a carico della sua coscienza la ricercatezza e l'eleganza del discorso degli accademici della Crusca, il purgato dire dei vignaiuoli di Fiesole (Dio.... buono!) e la scienza archeologica che si trova cos facilmente fuori di porta San Gallo, come le pietre nere su pel Mugnone. E gli lasceremo l'entusiasmo che prova pei vasi di alabastro e tutte le furberie dei negozianti e dei figurinai del Lungo Arno, entusiasmi che mostrano in lui una perfetta assenza d'ogni gusto d'arte, una innata volgarit, una grave atrofia d'ingegno. Il figlio, che pubblic queste Memorie, scelse la parte di Cam; ma avrebbe fatto meglio, come Sem e Jafet, a coprire le miserie paterne.
Lasciamo pure la politica, bench, senza offendere le convinzioni di nessuno, si possa meravigliare come un grand'uomo di Stato come il Metternich, da Napoli alla vigilia dei moti del 1821, scriva che il Re  amato da tutti e che le due Sicilie saranno l'ultimo paese in cui la rivoluzione potr tentare una levata di scudi. Ma ad ogni modo bisogner pur convenire che, quando un uomo di una certa coltura, giunto ad una altezza dove pochi giungono, che si ritiene quasi infallibile e che scrive confidenzialmente quel che gli esce dal cuore e scrive a quel modo, bisogna che senta ben poco e intenda meno, se, in faccia a spettacoli od a capolavori che commoverebbero un maniscalco, non sa trovare che una frase minchiona, sempre quella: "Non si pu veder nulla di pi bello." Davanti alla Venere dei Medici, alla Madonna della Scodella, agli splendidi orizzonti toscani, al verde paradiso dei bagni di Lucca, dove persino l'acredine germanica di Enrico Heine si temper fino all'atticismo, il povero principe sente di essere obbligato ad entusiasmarsi e si flagella i fianchi per trovar qualche cosa e non sa scrivere alla moglie altro che la frase stereotipa ed eterna: "Non si pu veder nulla di pi bello". Povera principessa! Giova sperare che sar stata pi forte della Regina di Spagna nel Ruy Blas di Victor Hugo, la quale nell'ora della tentazione riceve dal marito la nota lettera: "Madame, il fait gran vent, et j'ai tu six loups".
Certo il Metternich, in queste parecchie migliaia di pagine, rimane sempre un diplomatico cui non sfugge un segreto. Ma  difficile parlar molto, parlar tanto, senza che l'ascoltatore non capisca anche quello che l'autore cerca di nascondere con ogni studio. Quando, dopo aver navigato sopra questo pelago immenso, si giunge faticosamente alla riva, uno si raccoglie dentro s stesso, conclude e per forza riassume le diverse impressioni provate. Nessuna onda trad da s il gran secreto dello sterminato mare, ma tutte insieme lo hanno tradito. Possiamo bene trovar qua e l dei tentativi di espansione, dei desiderii di pace e d'amore, ma nel complesso immenso dell'opera spariscono per lasciar posto ad una impressione geniale di aridit, di povert di cuore, di miseria intellettiva, che davvero agghiaccia anche i pi benevoli. Questo non  un uomo di carne e d'ossa come noi, ma  un uomo di legno: di quercia se volete; ma sempre di legno.  una macchina da scriver note diplomatiche, caricata di una forte molla, precisa come un cronometro nella inflessibilit logica dei suoi principii: ma sente quello che sente una macchina. Che gli uomini muoiano, che i popoli sudino sangue, non importa: l'orologio prosegue imperturbato il suo moto e peggio per quelli che nel quadrante leggeranno l'ora dell'agonia.
Eppure, se il libro della sua inesorabile freddezza attrista e fa perdere la fede nella bont umana, eppure ci consola in questo, che ci appare come un'ammenda onorevole che il superbo principe fa davanti a noi, colla corda al collo e i piedi scalzi. Egli  venuto finalmente a rispondere di s al nostro tribunale, a scolparsi, ad implorare una assoluzione che gli neghiamo. Ecco il principe che fondava una Rivista, e che tuttavia ispirandola la sottoponeva alla censura della polizia, eccolo che approfitta di questa maledetta stampa poich sente ch'egli deve scolparsi davanti ai posteri. Egli viene a noi per dirci che fu buon figlio, buon marito e buon padre; che ag secondo la sua coscienza gli dettava, che la religione e l'educazione sua gl'imponevano di agire cos; e noi, giudici tutti ed oramai dal tempo fatti imparziali, gli rispondiamo che solo la compassione che proviamo per le sue miserie di cuore e d'intelletto ci trattengono dal condannarlo alle gemonie dell'umanit. La sola attenuante sta nella vilt di coloro, piccoli o grandi, che poterono rassegnarsi al dominio di due uomini senza viscere umane come l'imperatore Francesco e il suo cancelliere. Non si pu invocare altro che un mezzo di difesa; il noto detto: i popoli hanno il governo che meritano.
Quando gli muore la figlia Maria, quella che amava di pi, egli finalmente si sente commosso; ma il suo dolore non  di animo ben fatto. Chi di noi in simili sciagure non ha tentato di salvare almeno una tavola dal naufragio, un ritratto, una ciocca di capelli, un nastro, qualche cosa che tenga viva la memoria dei morti? Coloro poi che sono squisitamente sensibili, provano una specie di volutt a rimescolare col ferro dentro la piaga, a tormentarsi, a martirizzarsi senza fine, ritornando alle memorie del passato felice, evocando nella fantasia le sembianze dei morti, le dolci parole, le carezze perdute per sempre. Ma questo padre, colpito nel pi vivo de' suoi affetti, non ha che un desiderio solo, quello di disperdere dalla terra ogni cosa che gli rinnovi il dolore. Egli gode sapendo che la casa dell'estinta sar spianata e che passeggiando per quella via non ci sar pi memoria delle mura dove la figlia sua, la carne della sua carne, soffr o fu felice. E questa gioia il Metternich non la nasconde; se ne vanta quasi colla serena imbecillit dell'egoista, proprio l dove protesta alla posterit d'esser stato buon padre ed amantissimo della famiglia. Ora in faccia a questo egoismo ingenuamente brutale, davanti a questa macchina da protocolli che non solo  sorda alle grida dei torturati dello Spielberg, ma che respinge come un attentato alle proprie digestioni le strazianti memorie di una figlia perduta, non c' che un sentimento che possa renderci indulgenti: la compassione.
Sono ingiusti coloro che vituperando le avare virt e gli avarissimi vizi della borghesia, accusano la societ presente di aver partorito questa classe di uomini piccinamente egoisti. Perch gridare contro ai poveri droghieri se non intendono le squisitezze dell'arte o gli ardimenti della politica? Ecco un principe educato con ogni cura nelle ricchezze e nelle pompe, salito sino dove si pu salire, onorato come un sovrano, ricco come un nababbo, temuto come uno czar, ed eccolo pi miserabilmente borghese di un Gerolamo Pturot qualunque, pi egoista che non sia il pi egoista dei rivenditori di candele e di pepe. Non  dunque una istituzione, non  un ministero, non  una societ che dobbiamo incolpare delle idee piccine e maligne di una data classe di persone. Gli egoisti sono di tutti i tempi e di tutti i paesi, e ci sono centomila pizzicagnoli che hanno pi cuore ed idee pi generose che il cancelliere dell'imperator Francesco.
Dicono che le ire nemiche non debbono sopravvivere alla tomba; ma poich il principe si appella ai posteri questi possono ben dirgli quel che sentono di lui. Egli non ci appare pi che come un mediocre capo sezione che supplisce colla cocciutaggine alla mancanza del giudizio, del cuore, e forse della coscienza.
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LA PRINCIPESSA DI METTERNICH.
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Il quinto volume delle Memorie del principe di Metternich non so se sia pi importante dei precedenti in riga di politica, ma  certo il pi curioso di tutti, specialmente per gl'italiani. Infatti, la curiosit generale vi  stuzzicata da frammenti di memorie della principessa Melania, terza moglie del celebre Cancelliere; e la curiosit politica, specialmente per noi, da tutto quello che si riferisce ai moti del 1831.
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Lascio stare la politica, anche storica che non  di mia competenza qui, e vi prego di dare un'occhiata ai brani staccati dal Giornale della principessa; staccati, ahim, con molta, con troppa parsimonia. Anche qui il pubblicatore, troncando e tagliando, fa nascere nei lettori il sospetto che tutta la fisonomia della illustre dama non si trovi nei pochi segni mostrati al pubblico. Che questa pubblicazione sia fatta con un intente, spiegabile, ma poco imparziale, di glorificazione postuma dell'antipatico cancelliere,  gi stato detto e provato.
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Ora  confermato dalla severa misura con cui ci sono date le poche pagine del Diario della principessa. Diario che, secondo la prefazione, consta di trenta volumi in quarto, di scrittura minutissima. Anche qui, dunque, siamo sicuri che non ci  offerto se non ci che pu servire all'apoteosi del principe. A questo intento quelle brevi pagine sono troppe, perch inutili; per l'interesse generale della biografia e della storia, sono invece poche, e poco sincere perch amputate.
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Ad ogni modo non cessano per d'esser curiose, e senza dubbio sono la parte meno pesante di questi pesantissimi volumi.
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La contessa Melania Zichy Frraris non era pi d'una giovanetta appena pubere, quando il principe di Metternich due volte vedovo, le diede il suo nome ed i suoi sessant'anni. E' molto difficile che l'amore le abbia fatto accettare la mano grinzosa del vecchio diplomatico, il quale, a buon conto, aveva in casa due figlie da marito. E' troppo facile capire da quali sentimenti sia stata mossa la gentildonna che era in et di comprendere il passo che faceva.
Certo, a quel tempo, il gusto di sentirsi chiamare principessa di Metternich doveva essere tale da far superare parecchie delicate ripugnanze femminili; ma questa indagine dei perch, non sarebbe qui al suo posto.
Le nozze avvennero nel 30 gennaio 1831 ed  a quella data che ci  permesso di leggere qualche riga del diario della principessa. "Ho cominciato la mia giornata confessandomi al Padre Schmitt; poi tutti, con mio padre, ci comunicammo nella cappella degli Scozzesi. La mattina, Clemente (il principe) venne a portare i miei diamanti che sono bellissimi e benissimo legati. Alle sei andammo a colazione da Clemente con Adele e Guglielmo Taxis, poi mi misi in gala, veste di pizzo, diamanti, velo e corona di mirto che la zia Lichnowsky m'aveva mandato da Gratz. Era venuta una folla di gente per vedermi. Chiesi ai genitori la loro benedizione, poi andammo in carrozza dal Nunzio, presso al quale era riunita la famiglia intera. C'erano pi di novanta persone ed il Nunzio ci un e ci fece un bel discorso. La cerimonia non dur molto ed insomma tutto fu assai bello e conveniente, eravamo appena in casa che tutta Vienna accorse e le nostre sale rigurgitavano di gente. Feci quel che potevo per far buona impressione a tutti e tutti furono buoni per me. Cenammo in famiglia, poi la mamma mi accompagn nella mia nuova dimora".
Io domando se queste sono le emozioni ed i sentimenti della fanciulla che si trova finalmente in faccia a quella incognita desiderata e temuta, a quel terribile e dolce mistero del matrimonio? S'intende bene che alla gran dama non si chiede la confidenza degli intimi spaventi del pudore e della delicatezza, ma s'intende anche che in un giorno come quello  per lo meno strano rimaner colpiti soltanto dalle pompe esteriori, dalla corona di mirto, senza badare al loro profondo significato, sarebbe abbastanza strana l'impressione d'un soldato che di una carica sanguinosa non ci ricordasse altro che le stonature della tromba. Io chieggo a tutte le signore che non hanno sposato un principe di sessantanni, se del giorno delle nozze non conservano altre memorie che quelle del vestito e del velo. Io domando a tutti se questa bella dama che pronuncia il s irrevocabile davanti al suo Dio, ami davvero l'uomo che le porge il simbolico anello. Le signore, e anche le signorine, rispondano.
Pi tardi la principessa diventer ammiratrice fanatica del marito e consegner al suo diario le espressioni vivaci del proprio entusiasmo. I figli, la sua rosea Melania che le sorride cogli occhi azzurri, le ispireranno alcune di quelle frasi che non possono esser indovinate che dalle madri: ma pel marito non c' altro che l'ammirazione. O che i pubblicatori le abbiano soppresse, o che in fatto ne' diari non ci siano, cerchereste inutilmente quelle parole care che sfuggono alle donne innamorate per quanto cerchino di custodire gelosamente il segreto. Il principe sessagenario pu sforzarsi di esser marito quanto gli pare, l'affetto che gli si restituisce  filiale, non coniugale.
Del resto il principe doveva preferire senza dubbio una moglie piena di sentimenti di venerazione ad una ardente di amori giovanili. Egli stesso l'educa al nuovo stato, e si vede chiaro che la spinge a farsi amministratrice della casa e propria intendente. I vecchi sono quasi sempre egoisti; figurarsi poi quel Metternich che aveva altro pel capo che le sensibilit romantiche del suo tempo! La principessa attribuisce a fortezza d'animo i suoi sonni tranquilli nei momenti pi gravi, come in quella notte che fu l'ultima per l'imperatore Francesco. Sar: ma l'aridit dell'egoismo potrebbe entrarci per qualche cosa.
Comunque sia,  evidente che il Metternich, il quale era troppo religioso e troppo prudente per cercare distrazioni passeggere al suo stato vedovile, e che d'altra parte aveva bisogno di una dama che sapesse ricevere degnamente i suoi invitati, scelse la contessa Zichy con tutt'altri criteri che quelli dell'affetto comune. Due settimane dopo le nozze, parla d'affari alla moglie, la quale si sforza a capirli, sapendo bene che diverranno una obbligazione per lei. Si fa leggere da lei i dispacci, le parla di politica, e la principessa racconta ingenuamente ch'egli continua questi discorsi anche quando la sera, dopo la partenza degl'invitati, rimane con lei da solo a sola, nell'intimit. Qualche volta pare che la moglie senta la tristezza di questa vita consacrata tutta ai comodi di un vecchio; ha degli impeti di espansione che non trovano sfogo e tre mesi appena dopo il matrimonio, dice tristamente: "Ah, chi potesse trovare il tempo di parlare con lui!" Intanto il principe ha raggiunto il suo scopo. La principessa presiede ammirabilmente alle sue feste, e nell'intimit  divenuta la sua paziente lettrice. Aveva preso moglie pei suoi comodi e pei suoi incomodi, ed era stato felice nella scelta. I vecchi per non s'illudano. Non  facile essere cos fortunati.
Nel primo anno, la principessa  quasi spaventata dell'altezza su cui si trova. Ha il capogiro e tutto le d i brividi della paura. Il primo anno del suo diario  tutto pieno di questi spaventi, e ad ogni tumulto che accade, anche nelle pi lontane plaghe d'Europa, le pare che il mondo debba finire a sconquasso. E' ben vero che nel 1831 anche il cancelliere aveva paura e scriveva ad Apponyi, ambasciatore austriaco a Parigi, queste parole: "La situazione generale delle cose  delle pi pericolose. Sapete che io non sono di quelli che disperano facilmente del buon successo della cosa pubblica, eppure la mia coscienza mi dice che i pericoli sono pi grandi delle probabilit di salute". Lo diceva lui che credeva d'aver stritolato Napoleone! E' naturale dunque che la principessa tremasse pi di lui: ma non tard molto a riprendere l'equilibrio. Il primo gennaio del 1834 si sentiva cos padrona di s e del marito, da gittare un sanguinoso insulto in faccia a Luigi Filippo nella persona del suo ambasciatore.
Ella narra la cosa a questo modo: "Questa sera non si parlava che della risposta che feci al signor di Saint-Aulaire il 1 gennaio. Portavo una specie di corona di diamanti ed egli mi disse: "Ma, principessa, ella ha in testa una corona," ed io senza commuovermi replicai: "E perch no? E' mia, e se non fosse mia non la porterei." Questa storiella ha fatto rapidamente il giro della societ e gli arciduchi me ne hanno parlato; il che ci secca, perch lo sapr il pubblico e Clemente me ne rimproverer." E' inutile spiegare come in quella risposta impertinente fosse un'allusione troppo chiara alla corona di Luigi Filippo; corona, secondo le conosciute opinioni della principessa, usurpata ai legittimi possessori.
Come si vede, la principessa non era pi la timida sposina di tre anni avanti. E pi impertinenti sono le risposte date all'ambasciatore che dodici giorni dopo veniva a chiedere spiegazioni. "A mezz'ora dopo mezzod; entr da me con aspetto molto serio. Gli dissi che mi pareva che venisse da me con intenzioni ostili e che ero pronta a sostenere una lotta ad oltranza, ed egli rispose molto serio che non veniva a scherzare sopra cose gravi. Suonai per far chiamare mio marito, che venne subito. Allora il signor di Sante-Aulaire, visibilmente irritato, ripet la risposta che gli avevo fatto il primo dell'anno. Aggiunse ch'egli m'aveva inteso dire parole pi o meno convenienti, ma che non avrebbe creduto ch'io le avrei ripetute. Disse che da tutte le parti erano venuti a raccontargli che m'ero vantata di questa risposta offensiva e che anzi aveva aggiunto: "Gliene ho ben detto delle peggio!" Io non mi sconcertai un momento, e gli dissi che non potevo negare di aver dichiarato con intenzione che se la corona che portavo non fosse stata mia, non l'avrei portata; ma che tuttavia non avevo ripetuto quella dichiarazione, sopratutto perch l'occasione non s'era presentata, e poi perch anche avendo pochissime simpatie pel suo Governo e tutto quel che lo riguarda, non avevo per mai avuta l'idea di offender lui personalmente e di recar dispiacere a sua moglie ed i suoi figli che ritenevo buoni ed onesti".
La risposta era garbata per la persona, ma offensiva per l'ambasciatore e il suo Governo. Ad ogni modo la faccenda si quiet mettendo ogni cosa sul conto dei mettimale, ed anche forse perch non conveniva al Governo francese dar troppo importanza alle malignit di una pettegola. E' per curiosa la versione ufficiale che il Cancelliere ne diede ad Apponyi. "Il primo dell'anno avevo riunito presso di me ad un gran pranzo il corpo diplomatico, ed ecco quel che  successo. Mia moglie aveva un abbigliamento come la circostanza richiedeva ed il signor Sainte-Aulaire le ha detto: "Che bei diamanti Ella ha! Sono superbi! Sono proprio gioie della Corona!" Melania, un po' impazientita, poich parecchie persone le avevano parlato del suo abbigliamento, al quale, come sapete, non d gran peso, rispose: "I miei diamanti sono quelli che sono. Li porto come me li hanno dati e non li ho rubati"". E seguono istruzioni per mettere il resto sul conto delle chiacchiere maligne.
Il Cancelliere mente, poich la principessa nel suo diario non aveva ragione di mentire.  chiaro lo studio di sostituire diamanti a corona, per togliere l'allusione; ma  anche chiaro che la principessa aveva gi la lingua e l'orgoglio che ebbe sempre da poi. Infatti ella divise a Vienna l'impopolarit di suo marito; e il suo salotto, frequentato dai pi superbi reazionari dell'impero, pareva il centro delle idee pi aristocratiche e retrograde.
Potevano infatti essere diverse le idee d'una donna cui fino dal primo giorno delle nozze manc l'amore che ingentilisce l'anima? Dicono che sar perdonato molto a quelli che hanno amato molto, ma io credo che in buona giustizia si debba perdonare di pi a quelli che non hanno potuto amare.
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IN SACRIS.
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Ieri a sera il campanaro mi assicur di aver trovato il covo della faina nel bosco, ed eccomi qui nascosto nella macchia coll'occorrente per scrivere sulle ginocchia e la doppietta accanto, in atto di sorvegliare attentamente il nemico. Vorrei dire che lo sorveglio colla penna e colla spada, ma la doppietta non  una spada, cavalleresca: ahim, costa trenta lire, e se domani dovessi fare alle schioppettate, non ci farei una buona figura!
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La faina non esce dal covo che a sera per la notturna caccia de' polli, e il sole sta per cadere dietro monte Donato. L'ora  propizia. Tra le frasche dei quercioli veggo la pianura che sfuma sino all'orizzonte, violacea, azzurrognola e le torri le case di Bologna tinte di quel colore di rosa de' tramonti che non bisognerebbe rimproverare al Carducci, il quale non ne ha colpa, ma alla natura che lo fa a questo modo. Alla mia destra si profilano nel cielo turchino i colli che sorgono tra l'Idice e il Sillaro; i pi vicini colorati del giallo carico delle stoppie o del verde cupo delle macchie cedue, i pi lontani, azzurri o violetti velati dalle nebbioline della sera, segnati da qualche striscia aranciata riflessa dal sole che tramonta. Il silenzio solenne dei boschi fa pi vive queste sensazioni del colore e della prospettiva aerea, queste gioconde eccitazioni dell'occhio non distratto, questi contatti calmi colla bellezza e colla natura la volutt della quete si affina e si sublima. Non ha pi nulla della materialit sensuale. La fantasia lavora senza forze e senza coscienza. Si sogna quasi, si sogna ad occhi aperti.
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Lass, in alto, lontano lontano, sulla vetta di un monte azzurro si vede distintamente una chiesa rosea che domina la solitudine dalla montagna.  monte Calderaro, tra il Sillaro e la Quaderna. Come si deve star bene lass a quest'ora col mondo sotto gli occhi eppure tanto lontano! Quel curato l lo invidio: vorrei essere io il curato di monte Calderaro.
Che strano desiderio! Eppure, dopo aver faticato il giorno intero a scarabocchiare la carta, dopo aver turbato il fiele colla lettura dei giornali e scaldato il sangue colle ire politiche o colle gesuitate letterarie, dopo essersi tormentato in una eccitazione faticosa coi nervi tesi come corde di violino che vibrano dolorosamente ad ogni moto vengono questi desideri della calma molle, dell'ozio del cervello, dell'animalit soddisfatta. L'abbazia di Thlme sognata dal Rabelais  anche il sogno segreto di tutti i letterati combattenti, i quali, stanchi della tensione quotidiana, non immaginano di meglio che un ospizio dei poeti invalidi, un convento di frati godenti. Io lascio al giocondo curato di Meudon le torri di marmo, le camere dorate, le vesti di porpora, i conviti delicati; io mi contenterei d'esser fatto curato di monte Calderaro. Ivi riposerei beato e chiuderei gli occhi per sempre in un bel tramonto come questo, guardando al sole, ai monti, al mare lontano, e susurrando soddisfatto: Hoc erat in votis!
Mi vedete? Lass nel silenzio della montagna, sul praticello che verdeggia davanti alla canonica, c' un tavolino con alcuni libri ed una bottiglia. Accanto, in un comodo seggiolone, siede il reverendo curato, seggo io, coi capelli bianchi e la gota florida posata sulla palma della mano. Oh, come sono lontani i tempi della mia giovinezza, come sono lontane le donne che mi lacerarono l'anima col pretesto di volermi bene! A quei tempi come si combatteva, come soffriva o per un diritto o per un amore! Il mondo era una battaglia; il vecchio urtava col nuovo, il privilegio col dritto, l'interesse col dovere, l'equivoco colla verit, e si combatteva. Oh le belle pugne, i bei colpi! E gli strazi delle sconfitte e il giubilo delle vittorie sante, delle vittorie degli umili, del trionfo dei deboli, della redenzione degli oppressi! Ci dicevano senza fede, e noi per la fede nostra davamo ogni cosa pi caramente diletta, per la fede conducevamo nella mischia anche i nostri figli, la carne della nostra carne, l'anima dell'anima nostra.
Ci dicevano senza amore, e molti di noi per amore sono morti; ci dicevano senza generosit, e non abbiamo vinto per noi. Questa pianura immensa  seminata delle ossa dei caduti; i vincitori e i vinti dormono nello stesso sepolcro e sulla terra immensa regna solo la giustizia. La battaglia  finita: pace, eterna pace ai morti! Il mio cuore la prega e l'invoca. Non sono curato per niente!
Gi, fumano le ville nascoste tra i frutteti; oggi si cibano coloro che digiunavano ieri. Ecco le messi d'oro, le viti opime, la prosperit della pace, ed  pur dolce pensare che per questa pace si  fatto qualche cosa anche noi. Quando star per addormentarmi nel sonno che non ha fine mai, mi voglio far portare a quella finestra l, voglio dare un'ultima occhiata a questa terra che altri maledisse e noi benedicemmo, a questa patria de' miei affetti, dove nacquero i figli miei, dove riposano i miei cari.
Con quello sguardo la vedr tutta, bella, grande, felice, e non mi dorr di morire in terra di libert: con quello sguardo voglio darle l'ultima benedizione; ma la benedizione del vecchio che abbandona la vita sereno, senza dolore e senza rimorsi. Poi mi seppelliranno sotto una pietra bianca qui, all'ombra delle querce, ed i fringuelli faranno i nidi a primavera tra i rami, e nelle notti serene canteranno i rosignoli nei cespugli di rose. Quelli che ora sono bimbi, diverranno uomini, e passando di qui, guarderanno la mia pietra coperta di fiori selvaggi e di muschi morbidi e diranno: povero curato! Era un galantuomo e ci ha voluto bene!
Si, vi ho proprio voluto bene, parrocchiani miei. Io non vi ho insegnato ad aver paura di Dio, non vi ho imbrogliato la testa e la coscienza con precetti minuti e con obblighi di pratiche superstizione. Vi ho detto: non fate male a nessuno; amate il vostro paese, la vostra libert i vostri fratelli; questa era tutta la dottrina del povero curato. Vi ricordate le sere lunghe d'inverno, quando nevicava fitto ed io accanto al fuoco vi narravo la storia del nostro paese? Ebbene, io non v'ho insegnato mai ad odiar nulla, fuori che il male. Io ve la predicavo davvero quella legge d'amore, di tolleranza, di rettitudine di cuore, per la quale da giovane avevo combattuto i sacerdoti che maledicono, che ingannano, che odiano. Questa chiesa non era la chiesa delle scomuniche, ma della carit e della fratellanza, e voi non avevate paura della logora mia vestaccia nera; e quando d'estate io passavo lungo i margini de' campi leggendo Virgilio, le belle mietitrici si rizzavano sui solchi, sorridenti nel sole splendido, coi capelli dati ai liberi venti delle nostre montagne, e tendendomi le braccia nude, mi gridavano: Buon passeggio, signor curato! Ed io alle vostre belle mietitrici non ho guastato n la coscienza, n altro: questo proprio lo posso dire!....
Ehi, dico, signor curato, dove andiamo a finire? Vedete un po' che razza di sciocchezze mi girano pel cervello a guardare quella chiesina solitaria sulla vetta di monte Calderaro! S, davvero sarei un buon curato io, con quell'odore di santit che ho indosso! Bisognerebbe proprio che monsignore arcivescovo fosse matto da legare per sacramentarmi questo! E poi tutto questo non  che un sogno impossibile. Certo sarei un buon curato, meglio di molti e di moltissimi, ma quelle benedette mietitrici dovrei confessarle io, e... basta!
O la faina dov'? Non s' vista o m' passata tra le gambe senza che io me ne avveda. Riportiamo a casa la doppietta... e l'articolo bell'e fatto. La caccia poteva andar peggio, non  vero?
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NEBBIA IN MONTAGNA.
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Chi conosce la montagna, sa i curiosi effetti ottici che procura la nebbia. Salite lentamente come in una nube e la vista non va pi in l di pochi passi. Questo vapore umido  quasi palpabile e si muove lentamente a fiocchi, a strisce, a globi, come il fumo del sigaro che disegna cento forme bizzarre in un raggio di sole. Il vostro alito diventa visibile come nell'inverno, e tutto, l'erba, i sassi, i tronchi,  infiltrato d'una umidit fredda che vi attornia, vi penetra le vesti, le carni, le ossa. Alla immobilit sonnolenta de' boschi aggiungete il silenzio solenne della montagna, la coscienza d'esser molto in alto senza che la vista ve lo dica, tutto quel non so che di misterioso che ha la natura quasi selvaggia, deserta, rude, e sentirete che una salita sopra ai mille metri, in mezzo ad una nube grigia e densa, deve fare un certo effetto.
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Sull'ultima vetta, l dove l'occhio dovrebbe dominare una immensa stesa di monti e di pianure, quel maledetto velo di nebbia si interpone come un sipario bianco tra lo spettatore e la scena.  gi una sensazione curiosa questa che si prova davanti allo sterminato velo che vi toglie una veduta certamente magnifica; ma se la fortuna vi consente un quarto d'ora propizio, se un soffio di vento spazza via sotto ai vostri occhi la nebbia e vi si scopre quasi improvvisamente lo splendido e desiderato spettacolo, la sensazione esce dal novero delle ordinarie ed entra nella categoria di quelle singolari e meravigliose che gli anglosassoni vengono a cercare sulle nostre alpi col pericolo imminente di fiaccarsi la noce del collo.
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Io che cerco ed amo la montagna, mi sono trovato parecchie volte a questa festa degli occhi e dell'intelletto, e tutte le volte m' venuta in testa una matta idea. Anche stamane ho goduto lo spettacolo della nebbia che si leva rapidamente e scopre la pianura illuminata dal sole, ed anche stamane l'idea matta m' ritornata in capo e c' rimasta con tanta ostinazione che mi tocca dirvela.
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Tutte le volte, dunque, per chi sa quale strana associazione di idee, penso alle sensazioni ed alle impressioni che proverebbe Marco Tullio Cicerone se agli occhi suoi si scoprisse improvvisamente il nostro mondo, se insomma ritornasse a vivere ad un tratto.  una idea stravagante, ma  cos.
Ve lo immaginate voi? Capisco che la sorpresa sarebbe tanto grande da far morire di nuovo il povero oratore per una apoplessia fulminante. Ma poich siamo sull'immaginare, facciamo conto che viva e cercate di mettere insieme colla fantasia tutta la infinit delle sue sorprese. Aveva lasciato il mondo colla toga e lo ritrova bracato come i galli dei tempi suoi. A che servono i cappelli a tuba? E che scopo pu avere il colletto inamidato che sega le orecchie? E gli orologi da tasca? E i portafogli pieni di cartaccia unta? E le botti? E i tramways? E i liquoristi? E i frati ecc.
Un oratore che ebbe tanta parte nelle vicende del suo tempo cercherebbe subito il Foro, e ci troverebbe gli scavatori. Se qualche professore di Universit arrivasse a capire il latino del povero resuscitato, lo manderebbe a Montecitorio e il presidente Farini lo farebbe assistere alla tornata dalla tribuna dei senatori. Immaginatevi pure l'arpinate che assiste alla discussione, mettiamo di un bilancio, e ascolti attentamente un'orazione dell'onorevole Luporini. Scapperebbe immediatamente dopo le prime frasi, perch... come ho detto, non intenderebbe l'italiano.
E non intenderebbe il telegrafo: la locomotiva lo spaventerebbe, e ad ogni passo proverebbe una sorpresa nuova e stravagante. Come deve rimanere un romano dell'epoca di Cesare vedendo un romano dell'epoca di Umberto accender la pipa con un fiammifero! E come rimarrebbe chi scrisse della natura degli Dei, dando una occhiata alla nostra santa religione?
Che cosa sono, che cosa fanno tutti quei fratacci di mille colori ma tutti lerci ad un modo? E nelle chiese che cosa significano quelle mascherate buffe, che cosa vogliono dire le riverenze, le smorfie, i segni cabalistici di tutti quei preti coperti da pianete, da stole, da mitre asiatiche, da stoffe d'oro? Gli incensi che fumano, gli inni ragliati, i salmi miagolati sorprenderebbero il buon arpinate, che cercherebbe senza dubbio di metter la testa tra le imposte della sagrestia per vedere se gli auguri ridono tra di loro come ai suoi tempi.
E i cannoni? E i fucili? Non  facile capire quel che potrebbe passare pel capo a un legionario di Farsalia che si trovasse alle grandi manovre, o a un capitano di una trireme d'Azio che assistesse agli esercizi del Duilio ed ai tiri del cannone da cento tonnellate.
Il giuoco del lotto colpirebbe la fantasia del resuscitato quasi quanto i palloni aerostatici, per poco che ne intendesse il meccanismo. E se arrivasse a capire le teorie umanitarie che i governanti sviluppano nei discorsi della Corona e nei discorsi dei ministri, non potrebbe mettere insieme la contraddizione patente e volgare tra le parole e i fatti, non potrebbe capire che si parli come Catone e si agisca come Verre.
I telai, la macchina da cucire, la macchinetta da caff, il cavaturaccioli lo empirebbero di meraviglia. Ma pi si meraviglierebbe se potesse entrare in un ministero, e vedesse che per ordinare il restauro di un muro in un edificio del governo, ci vuole un macchinismo pi complicato che non ci voglia a fabbricare un orologio di precisione tanta  la moltitudine dei controlli, dei capi divisione, dei capi sezione, protocollisti, ragionieri e copisti che occorrono per ordinare la spesa di cinque lire.
E per finirla con tutte queste sorprese di Marco Tullio Cicerone, che potete moltiplicare a piacere, dategli a leggere lo Statuto del regno d'Italia in un vagone della ferrovia funicolare del Vesuvio; dategli insomma due diverse meraviglie sott'occhio.
Come stupir il facondo oratore salendo sicuramente un piano inclinato pericoloso, seduto tranquillamente sui cuscini imbottiti, guardando il magico golfo, le rive ridenti dove anch'egli aveva un giorno una splendida villa. Cos l'uomo ha trionfato degli ostacoli della natura, ha portato la comodit dove non era che il pericolo, ha fatto prova di un meraviglioso ingegno nel servirsi di tutti i mezzi offertigli dalla natura e nel superare le forze inerti a lui contrarie coi prodigi della meccanica. A quell'altezza, su quel monte infocato, in faccia ad uno dei pi splendidi spettacoli che sia dato all'uomo di contemplare, bisogna che il romano prorompa in tutte le interiezioni latine, in tutte le esclamazioni incomposte dettate dall'istinto, non per esprimere, ma per testimoniare il proprio sbalordimento.
Fategli leggere poi lo Statuto, un accozzo di articoli che vogliono essere la legge fondamentale di tutta una nazione, e che tutti i giorni sono cucinati in tutte le salse secondo il partito che governa. Ditegli che questa legge deve essere immutabile, che  delitto di lesa maest sostenere il contrario, ma che non c' un articolo al quale o l'arbitrio di un ministro o l'abilit di un curiale non abbia fatto uno strappo. Ditegli che quella legge invecchiata ha degli articoli caduti per forza in desuetudine, altri cos bigottamente ridicoli che provocherebbero uno scoppio di indignazione contro chi ne sostenesse soltanto la possibilit, come quello che sottopone al visto del vescovo i libri di argomento religioso che si stampano nella diocesi, e ditegli che a dispetto di questo noi siamo costretti a dire che lo Statuto  ottimo, a venerarlo, o ad aver a che fare col procuratore del re se non lo trattiamo bene; e il buon Marco Tullio non sar meno sorpreso che della sua salita verticale sul monte.
Accostatevi al romano, come si fa tra coloro che sono rinchiusi nella stessa carrozza, e domandategli in confidenza che cosa pensa di tutto questo.  avvocato, quindi loquace, e ve lo dir. Vi dir che mentre i progressi meccanici, positivi, riguardanti le cose necessarie od anche di lusso, lo hanno compreso di meraviglia indicibile, trova per che in tutto il resto siamo forse pi indietro di quel che si era ai suoi tempi. Religione, governo, morale, non sono dei primordii dell'impero, ma del basso impero. Oh, la sa lunga Marco Tullio Cicerone.
Vedete un poco che matte idee fa nascere la nebbia in montagna!
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NEL BOSCO.
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Scrivo a cento passi dall'idillio.
A cento passi di qui, sulla schiena del monte, c' un bosco di querce non molto alto, perch la scure lo martirizza troppo, ma fitto e frondoso. In molte macchie il sole non entra mai e l'erba rimane sempre verde, di quel verde oscuro che rivela il terreno grasso e fresco. Ma il monte non scende verso il mezzod col dolce pendo di un monte dabbene e tranquillo. L'acqua di un torrentello chiassoso rse sotto, ed una frana gigantesca tolse l'uniformit alla sua architettura troppo regolare. Dall'alto si vede tutta la possente rovina e la fuga de' massi precipitati al fondo, accavallati, squartati. Una valanga di scogli divelti rovin gi da questo lato del monte, che rimase come un muro scheggiato, dove, tra risalto e risalto, riescono a saltare solo le capre. Chi si affaccia all'orlo della frana vede in gi il precipizio, il vuoto.
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Eppure tra le rocce accatastate in fondo, le querce qua e l rinacquero. Scendendo per altra via sino al torrente, sparisce la sensazione dell'orrido che si prova, guardando dall'alto e si gusta una nuova forma dell'idillio, un nuovo aspetto del paesaggio. Anche qui ci sono ombre fresche ed erbe sempre verdi. L'edera, le vitalbe, i muschi si abbarbicano agli scogli e li vestono, i rovi pendono dai crepacci ed i fiori gialli della ginestra si aprono a centinaia per le coste dirute. Il torrente, castigato dall'estate, ha perduto la voce e scivola tra i sassi quasi vergognoso. Chi cerca il silenzio lo trova qui, meglio che tra i certosini. L'idillio  completo per chi bada ai canti dei fringuelli che fanno all'amore nel bosco profondo, od alle note velate dell'usignuolo che sonnecchia ne' cespugli, cantando in questa tranquillit anche nelle ore meridiane a dispetto della storia naturale. Tutto ispira la tranquilla melanconia dell'egloga virgiliana, anche il grido rauco della ghiandaia, anche lo strillo acuto del falco, anche il chiocciare pettegolo del merlo che si leva e fugge.
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Trilli, canti, grida che non sembrano rompere il silenzio solenne, il raccoglimento calmo del luogo e dell'ora. Perch cercate un Dio pauroso e bieco nel silenzio forzato de' monasteri, nel raccoglimento voluto ed imposto delle chiese senza luce e de' chiostri senza vita? Qui bisogna venire a cercar Dio vero e vivo, il Dio che non ha bisogno di teologia e di sacerdoti; e cos, nella rivelazione della natura, lo cercarono i pagani e lo trovarono. Il nostro Dio  fuori, dove sbocciano i fiori, dove maturano i frutti e sussurrano il suo nome le querce mosse dal vento e cantano le sue lodi gli uccelli nella libert del bosco. Il nostro Dio  fuori dalle chiese buie, nei cieli azzurri, nei campi ricchi d'oro delle messi, nel mare immenso, nella verit della giustizia, nel giubilo della bellezza. Fuori dalle chiese  la religione.
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Conoscete il vecchio racconto? Al tempo di Augusto o di Tiberio, non ricordo bene, un navigatore attraversava l'Egeo e moveva verso l'Italia. Il vento era propizio e la ciurma sonnecchiava nella quiete del meriggio: solo il nocchiere vegliava. Ad un tratto una voce lo chiam chiaramente per nome; ma il mare era deserto ed il nocchiere credette di esser vittima di una illusione. Tre volte la voce misteriosa che aleggiava sull'onda, tre volte chiam il navigante, che finalmente rispose. Disse allora la voce:-Va a Roma e reca la gran novella che il gran Pane  morto!-A queste parole segu un tumulto di grida, uno scoppio di lamenti e di pianti, poi tutto svan nella profondit dello spazio e nel silenzio meridiano.
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Ebbene la voce ment. Il gran Pane vive ancora sul mare e sulla terra ed esiste al tramonto della gran favola giudea.
Egli non ha che un'arma per vincere e trionfare: la libert. La libert che uccide tutte le religioni, o traendole allo scetticismo col libero esame, o resistendo alla tirannia dei dogmi irragionevoli o reagendo contro la compressione del dispotismo canonico: questa libert del mare e dei boschi, che diviene a poco a poco la libert de' consorzi civili. La voce misteriosa ment. Il gran Pane non  morto.
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Di quanti stolti pregiudizi ci avvelenava questa vecchia religione che vive ormai soltanto perch si  trasformata in partito politico! I polemisti cattolici che infuriano contro il verismo invadente e lo accusano di fare l'apoteosi del brutto, hanno dimenticato troppo presto che nella loro religione la bellezza  il dominio. Hanno dimenticato che S. Ambrogio, uno de' padri pi tolleranti, tratta la donna di janua diaboli, via iniquitats, scorpionis percussio, e gli altri non hanno abbastanza vituperi e sporcizie per la bellezza femminile, per l'amore e per la vita. Ogni fiore nasconde un demone, ogni gioia un peccato, ogni minuto di libert una eternit di dannazione. L'ideale della perfezione  la Tebaide, e Domenico Morelli interpreta fedelmente lo spirito del cristianesimo romano quando ai diavoli che tentano S. Antonio d le squisite forme della bellezza muliebre. La perfezione cattolica sta nella sporcizia di S. Francesco, nella deformit ulcerosa di S. Rocco, nella macerazione contro natura, nel terrore di Dio, del demonio e del mondo. La bellezza e la gioia sono peccati.
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Questi boschi che il paganesimo aveva popolato di liete fantasie, il cattolicismo li ha popolati di tentazioni e di demoni. L'anacoreta non fugge solo il mondo, ma la natura, cercando la sterilit del deserto; e i monaci occidentali che si contentano delle cime sassose della Verna o di Subiaco, sono gi troppo lontani dalla perfezione dell'anacoreta; sono soldati della Chiesa accasermati su quelle cime, ma pronti a discendere al combattimento non appena l'obbedienza li chiami.
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E in quei boschi stessi, dove il paganesimo avrebbe visto animarsi la natura e i fauni uscir dalle macchie e le ninfe dalle fonti e dagli alberi, il fedele non trova pi che la tradizione di spaventose lotte dei santi coi diavoli, impressioni miracolose di piedi e di mani nel sasso, reliquie paurose delle pugne antiche tra il cristianesimo e la natura.  legge dunque che la creatura debba amare senza fine il creatore, ma odiare senza misura il creato. La legge di Cristo, che in principio fu di amore e parve un socialismo uguagliatore ed umano, dopo il trionfo divenne legge di odio universale, santificazione di tutte le tirannie pi bestiali e feroci.
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Ma il mondo si muove. All'esposizione di Torino i soddisfatti hanno visto con terrore i prodromi di quell'arte dagli intenti sociali, che videro gi e maledissero nelle lettere. Tutto si agita, e chi tende l'orecchio sente i rumori misteriosi che fremono nella foresta quando il succhio comincia a risalire pei tronchi irrigiditi dall'inverno e le gemme inturgidiscono e nel silenzio si desta la vita. Gi si comincia ad amare il mondo ed a cercarvi quel che ci promisero al di l della tomba. Sfumano i vecchi ideali, sogni senza forme precise, aspirazioni indefinite ed oziose ad un bello intangibile, ad un bene impossibile, e comincia la ricerca assidua della verit definita, del bello e del bene che possiamo raggiungere. Non c' bisogno di una Sibilla Cumea per vaticinare la fine di una et e l'inizio di una nuova; tutti lo sentiamo intimamente, anche quelli che, come i bimbi, si turano le orecchie per tema dello scoppio.
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E torneremo ad una poesia dove anche l'idillio sar ammesso, quell'idillio che si comunica da molti col nome di Arcadia. Gi il Carducci, nel Canto dell'amore, ci additava le nuove forme di una poesia della natura, di quella poesia la cui perfezione spaventa nelle Odi barbare. Quello non  l'idillio dell'Arcadia davvero, eppure chi negher che in quei versi non si trovi una viva ed evidente rappresentazione della natura? Si grida alla poesia pagana! E che per ci? Al postutto il mondo pagano non si corruppe se non quando abbandon la via della libert, di quella libert che oggi cerchiamo. Perch non saremo piuttosto pagani che flagellati?
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Le querce susurrano parole d'amore e le fronde si cercano, e le cime si chinano leggermente come per accarezzare le cime vicine. Cantano sempre gli uccelli e cantano d'amore. Fino le stridule cicale cantano a modo loro l'inno della vita.
Chiedetelo a questi boschi, che ve lo diranno. La legge vecchia fu legge d'odio: la nuova sar di amore.
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IN LAPPONIA.
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Il Louzon Le Duc, stampando la sua traduzione dei canti nazionali svedesi, diceva che mentre il mezzogiorno ci illumina col suo sole, ci culla con la sua armonia, c'inebria co' suoi profumi, il nord invece non ci appare che attraverso ad una nube lontana, come un fantasma gelido avvolto in tenebre eterne. Il nord ci fa paura.
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Ed  vero. Il Baretti, uomo di pochi pregiudizi e che aveva girato il mondo, chiama spaventosa la Norvegia ed orribile la Finlandia. I lapponi che ci descrive il Mantegazza[1] ci fanno proprio paura.
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Se dobbiamo credere alla Genesi, poi che No "bevve del vino e s'inebri e si scoperse nel mezzo del suo tabernacolo" il curioso Cam fu maledetto ed i suoi discendenti condannati ad essere i servi de' suoi fratelli. Bisogna dire che Dio non ratificasse la maledizione dell'enologo patriarca, perch i cananei sono pi fortunati di molti semiti. L'Africa, la terra dove le tradizioni religiose hanno voluto mettere la punizione del peccato di Cam, ad ogni nuovo viaggio di scoperta ci appare pi ricca ed invidiabile, mentre la terra della desolazione e dello spavento  toccata in retaggio ai poveri semiti che avevano bene meritato della decenza. Cos va il mondo.
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Noi, nati nel paese che ispirava il canto nostalgico di Mignon, nel paese "dove fioriscono i limoni, dove tra le brune foglie rosseggiano le arance d'oro, dove un'aura leggera scende dall'azzurro cielo e il mirto cresce modesto e superbo l'alloro," noi pensiamo con terrore alle lande desolate dove vegetano a stento i licheni che Linneo chiam "gli ultimi vegetali che coprono l'ultima terra". Quasi tutto l'anno la neve copre il suolo sterile, e qualche volta il termometro segna cinquanta gradi sotto lo zero.
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Per molti mesi il giorno cede il posto alla notte continuata, incresciosa, e per altrettanto tempo la notte scompare affatto e il sole rimane ventiquattro ore sull'orizzonte, snervando gli uomini colla sua luce ostinata e nemica del sonno, come nascondendosi per giorni lunghi, eterni, pareva aver gi spento la vita ingrata, vive un povero popolo di pastori erranti e semibarbari. Quando la stagione lo consente i lapponi scendono verso il mare, dove le acque tepide del Gulfstream mantengono una temperatura meno gelata. Le correnti portano qualche volta tronchi d'alberi cresciuti sotto cielo migliore e semi fino dalle Antille, che sono raccolti e conservati come amuleti. Poi, esauriti i pascoli per le renne,  d'uopo ritornare al triste luogo di partenza. Il Mantegazza d la traduzione di alcuni canti lapponi: eccone uno tristissimo che ho chiuso nelle strettoie del verso italiano:
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Io, povero lappone vagabondo
Io qua gi debbo faticando errar.
Debbo peregrinar per tutto il mondo,
Tutta la vita mia cos passar.
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Non  bello; si sa,  poesia lappone: ma  ben triste questa sintesi della vita di un popolo intero chiusa in quattro versi dolorosi, mentre a noi, come all'Ermengarda del Manzoni,
...ogni aurora
Cresce la gioia del destarsi!....
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Partono cogli armenti di renne, affaticati dalla vita nomade, privi d'ogni conforto, d'ogni comodo, d'ogni speranza di meglio. Il Rclus ci dice che hanno gli zigomi sporgenti, il naso schiacciato all'estremit, gli occhi piccoli, la faccia triangolare, la barba rasa e la pelle spesso giallastra. Insomma non sono belli. Vivono in buchi scavati in terra e mal coperti da una tenda di lana o di pelle. Tremano tutto i giorni che il lupo non assalga le renne e non privi l'intera famiglia dell'unico mezzo di sussistenza.
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Di rado sanno leggere, e spesso nella loro nuova religione non possono dimenticare le superstizioni dell'antica idolatria. Tutto manca loro: bellezza, ingegno, sicurezza, coltura, reliquie, tutto. Eppure... eppure queste creature disgraziate, queste caricature d'uomo, amano e soffrono come noi, cantano l'amore meno raffinatamente ma collo stesso cuore del Petrarca, il quale avrebbe espresso certo in versi migliori ma non meno melanconici quei sentimenti del povero lappone che emigra:
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Avanti me ne vo peregrinando,
Ma si volgono addietro i miei pensieri:
Dov', dov' la sposa mia? domando...
Ahim, segue il mio cuore altri sentieri!
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Tornati nelle terre pi centrali, non cercano per loro le privazioni e gli stenti. Il loro vitto  orribile. Poco latte di renna cagliato e gelato. Carne bollita e tuffata nel sego. Caff misto di sangue e di grasso, qualche cosa insomma da rivoltare lo stomaco ad una statua di bronzo. Eppure in mezzo agli orrori di quelle notti senza fine, di quelle fatiche senza riposo, di quella vita dolorosa che per met ci fa compassione e per met schifo, l'amore rimane in tutte le sue migliori forme e canta gli inni del trionfo o le elegie dell'abbandono, come presso tutti i popoli del mondo. A Roma, per dire quel che hanno visto tutti, il cacciatore che ha ucciso la volpe le recide la coda e la presenta alla nobile dama che prima sopraggiunge. Il lappone canta:
Andai su gli alti monti
De 'l rangifero a caccia.
Uno ne cadde sotto al ferreo strale
E penetr la punta
Tutta ne 'l caldo cor de 'l animale.
Cadde il renne ad un tratto e su la neve
Immobile si giacque.
Su le spalle lo presi
E a 'l villaggio nato cos discesi,
Gli recisi le zampe e le scagliai
E disdegnoso le gettai ne 'l lago,
Gli recisile zampe e le scagliai
Ne l'onda, e presi il corpo e lo portai
A' genitori miei ne la capanna.
A lor la carne diedi,
Ed a la donna mia, tutto festante,
Il coricin donai caldo e fumante.
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Il Petrarca scrive un canzoniere per la morte di Laura, che egli rassomiglia volentieri al superbo alloro di Mignon. Il lappone non conosce l'alloro e paragona la sua donna alla neve, a quella stessa neve che a noi sembra tanto triste:
Ahi, che il mio cuore di tristezza  greve
Perch m'han tolto la mia cara neve!
E pure, e pur se a questo mondo gemo,
C'incontreremo in ciel, c'incontreremo.
Vi ricordate la canzone di Desdemona a' pi d'un mesto salice? E i bei versi di Alfredo di Musset che gli amici inscrissero sulla pietra sepolcrale?
Mes chers amis, quand je mourrai,
Plantez un saule au cimetire,
J'aime son feuillage plor,
La pleur m'en est douce et chre,
Et son ombre sera lgre
A la terre ou je dormirai.
Anche il lappone canta l'albero che  simbolo della melanconia:
Piccolo salice, piccolo salice,
Deh, perch questa tua confusione?
Ti culla il vento, piccolo salice,
Ti culla il vento de 'l settentrione?
Ti culla il vento, piccolo salice,
O con la piova tormentatrice
Ti sbatte, o scende co' l'onda gelida,
Co' l'onda, a carezzar la tua radice?
E vi ricordate la prima favola de La Fontaine: La cigale, ayant chant tout t't, ecc.? Dice il lappone:
Chiese la cavalletta a la zanzara:
-Che cosa fate voi tutta l'estate?
-Canto, rispose. E voi che cosa fate?
-Ballo, mia cara.
Che pi? Ci sono delle frasi intere che sono belle in Grecia come in Lapponia. Un canto, che lascio per maggior precisione nella versione in prosa del Mantegazza e che fa parte del ciclo del gemente Kaskias, dice: "Io non ritorno pi,-giammai-giammai in questo mondo-ritorner io a te." E un frammento di Saffo (diciamolo in latino!):
Virginitas virginitas, quo abis me rlicta?
(Non amplius, reddam ad te, non amplius!)
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Insomma vediamo tra i poveri lapponi e il resto degli europei una diversit radicale di razza, di istinti, di vita, di costumi, di tutto quel che volete, ma troviamo una equivalenza quasi completa nella espressione letteraria dell'amore, almeno per quel che si pu capire dai pochi canti amorosi che ci riferisce il Mantegazza. Intendiamoci. Sicuro che la espressione letteraria del Petrarca  meravigliosamente superiore, come raffinatezza di forma e di sentimento, a quella dei poeti lapponi; si capisce. Ma il sentimento, bench pi primitivo e rozzo, il lappone lo ha identico e lo esprime con la stessa intonazione di un poeta incivilito e colto.
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Si pu dire che questa  una affermazione degna del signor De La Palisse, buon'anima sua, perch l'amore  lo stesso da per tutto; ma io mi permetter di respingere rispettosamente questa parentela coll'illustre guerriero che seppe esser vivo due ore prima della morte, osservando che c' proprio una grandissima differenza nella espressione letteraria e facilmente anche nel sentimento dell'amore, tra noi e le razze semitiche.
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L'amore noi lo sentiamo e non lo cantiamo come il poeta ebreo del Cantico dei Cantici, mi pare Hafiz e il Petrarca furono contemporanei, furono grandi tutti e due nella lirica amorosa; eppure c' meno differenza tra il poeta italiano e il lappone, che non tra l'italiano e il persiano. Non faccio, s'intende, paragoni irriverenti, ma voglio dire soltanto che il lappone semita sente ed esprime l'amore piuttosto come un indo-europeo che come un asiatico; eppure il lappone  asiatico. Mi spiego?
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E questa somiglianza colpisce di pi, se si bada che tutto quello che non riguarda l'amore  sentito ed espresso come noi non sappiamo sentire ed esprimere. Il canto i figli del Sole, raccolto dal Fjellner,  lappone,  barbaro,  strano, non ha una frase che possa entrare nelle nostre letterature senza sforzo. Il canto La bellezza della sposa si pu invece tradurre benissimo, e mi ci proverei se non fosse troppo lungo e la poesia lappone non fosse ormai troppa. Una stranezza sola c' in quei trenta versi, ed  l dove l'innamorato si augura i piedi dell'oca ed i piedi della bella anatra, per andare dalla sua bella. Tutto il resto pu essere scritto in Italia, in Germania, in Inghilterra, dove volete; e questo perch  un canto d'amore, mentre l'altro, esclusivamente ed orribilmente barbarico ed intraducibile,  un canto tra l'epico e il drammatico, riflesso di qualche antica leggenda.
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Cos, ignorato quasi tra le nevi e la notte, vive un popolo che non conosce nessuno di questi sorrisi di cielo, di queste mollezze del clima, dei costumi e dei canti nostri. Chi potrebbe far capire ad un povero lappone come sia azzurro il mare a Sorrento, come sia allegro un giorno di vendemmia, come sublime un quartetto di Beethoven? Noi ci sentiamo mossi a piet.... eppure il lappone  del parere di Mefistofele e non ha troppo simpatie pel mezzogiorno. Mefistofele non ci poteva soffrire i preti e gli scorpioni, ed il lappone non pu soffrire il vento caldo. Egli dice (abbiate pazienza, ho finito):
Di', quale  il vento che ti par pi bello?
Di', quale  il vento che ti piace pi?
Quello de 'l sud, torbido e caldo, o quello
Che da i monti de 'l nord fresco vien gi?
Siamo ben lungi dunque dall'invidiarci a vicenda, come facciamo spesso coi nostri vicini. Possiamo dunque, cos da lontano, mantenere una corrente di platoniche simpatie, che non influir punto sopra i nostri confini o le nostre letterature: e questo mi pare uno dei pi invidiabili casi di fratellanza dei popoli. Se si potesse far sempre cos!
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L'IMITAZIONE E GIACOMO LEOPARDI.
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-Vieni un po' a vedere.
-Che c'?
Mi sono affacciato al balcone ed ho visto il mio bimbo gi nel prato, col cappellino alla sgherra, le mani dietro la schiena e la pipa (spenta, meno male,) la mia pipa in bocca. Se vedeste che arie si d, se vedeste con che gravit, con che sussiego passeggia! Ah, canaglietta! Alto due soldi di cacio, non arriva a tre anni e prova gi la fregola della pipa!
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Sua madre gli ha domandato:-O bimbo, che fai? Faccio come pap. Vedete un po' il birbante! Adduce a scusa l'esempio paterno. Ma che gli evoluzionisti abbiano proprio ragione e che l'uomo non sia altro che il perfezionamento di uno di quei bertuccioni che ci rifanno in caricatura tanto volentieri?
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Che l'ugola della Patti non sia proprio altro che lo sviluppo degli organi vocali di una ghiandola, e l'eloquenza di Marco Tullio un progresso sulle facolt del pappagallo? Lo si direbbe, a vedere come tutti abbiamo nel sangue la tendenza all'imitazione, alla contraffazione, alla parodia, e come di veri originali a questo mondo ce ne siano tanto pochi.
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Il pastore Dindenault manca di rispetto a Panurgio e Panurgio compra un montone dal pastore a carissimo prezzo. Sapete, e gi lo disse anche Dante, che trattandosi di pecore quel che l'una fa e l'altre fanno; quindi Panurgio spinse in mare il montone comprato e il resto del gregge gli si precipita dietro; esempio memorabile di follia pecorina passato in proverbio.
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Ma l'uomo ha egli poi tanti vantaggi sulle pecorelle dantesche o sul gregge del giocondo curato di Meudon? Che cosa  la moda se non una speculazione commerciale sui nostri istinti pecorili? La fama del Brummel, il re del dandismo, vive tuttora e non si spiega che ammettendo una eccitazione morbosa delle nostre facolt imitative. E in altro modo non si possono spiegare le mode deformatrici delle crinoline, dei puff, delle parrucche gialle, dei cappelli a cilindro, delle lenti incastrate nell'occhiaia, dei colletti che segano le orecchie ed altre fantasie che sembrano sforzi inventivi dei cercatori dell'orrido, dei pittori chinesi e giapponesi che spingono la deformit fino al delirio sulle pance dei vasi di porcellana. E imita anche le imperfezioni fisiche, poich non solo le donne affettarono di zoppicare al tempo di madamigella De la Vallire, ma gli uomini zoppicarono al tempo di lord Byron. La pipa, la mia pipa stessa, non  un esempio caldo e fumante di una moda diventata consuetudine e poi necessit? Imitiamo proprio come i bertuccioni evolutivi.
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E fuori della moda? I popoli malati di politica si rubano le Costituzioni, le Carte e gli Statuti. I filosofi, i gravi e frigidi filosofi, passano da Aristotele a Platone, da Cartesio a Vico, da Kant ad Hegel, da Darwin a Spencer, ora coi greci ed ora cogli arabi, ora cogli scozzesi ed ora coi tedeschi, sempre imitando, sempre copiando, senza posa e senza costrutto. I militari non solo al principio del secolo imitano la tattica e la strategia di Napoleone ed alla fine quella di Moltke, ma cascano sino a copiare i vestiti, come se i prussiani avessero vinto a Sadowa ed a Sedan in grazia dell'elmo col chiodo. I poeti.... oh! i poeti poi sono animali imitatori per eccellenza e basta il Seicento per mostrare sino a che aberrazioni mentali possa far discendere la mana dell'imitazione e della moda.
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Insomma i novantanove centesimi delle azioni umane non sono che azioni imitative; il che dovrebbe dare una bella sgonfiata all'orgoglio del re della creazione.
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Abbiate pazienza, ma non basta. Non solo imitiamo noi, ma poich nei bimbi, nei fanciulli e nei giovani  pi fresco, pi vivo questo istinto di imitazione che ci viene dalla parte men nobile del nostro essere, non ci par vero di coltivarlo e di crescerlo amorevolmente nelle scuole e nelle famiglie ad ogni modo. Se il bimbo mangia o fa peggio colle dita, non gli spieghiamo gi il perch e il per come non stia bene svergognare a quel modo monsignor Della Casa, ma gli diciamo invece che il piccolo Caio mangia colla forchetta e Semproniuccio adopera il fazzoletto. Cos l'educazione si fonda in gran parte sull'esempio, e l'istruzione poi non ha altro fondamento dai primissimi esemplari di calligrafia ai pi alti precetti di rettorica.
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Cominciamo dal ricopiare i bastoni, e le aste ed i rampini del maestro, per riuscire a contraffare un brano del misterioso Compagni o l'Italia mia di messer Francesco. La facolt dell'invenzione, la tendenza al raziocinio sono pur troppo meno coltivate dell'imitazione. La pedagogia va pianino e i principii direttivi del metodo froebeliano paiono troppo rivoluzionari ai discepoli del Pestalozza e dell'Aporti. I giardini d'infanzia sono novit tenute ancora in quarantena da noi, mentre fuori di qui sono vecchi stravecchi.
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Non gi che l'imitazione sia da scomunicare; tutt'altro. Ne' primi stadi dell'insegnamento  necessario servirsi dell'istinto per giungere poi a sviluppare le altre facolt pi nobili. Ma se ne abus e se ne abusa, specialmente negli stadi pi alti, l dove  inutile servirsi dell'istinto perch le altre facolt possono essere pi utilmente usate. Se ne abusa ancora proponendo dei modelli d'invenzione, come se si potesse inventare copiando, come se il maggior pregio del Tasso fosse quello di attenersi fedelmente allo schema del poema virgiliano, come se non si potesse fare un buon romanzo altrimenti che mettendo esattamente il piede nelle gloriose orme di Alessandro Manzoni.
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Cos accade che un giovane il quale voglia scrivere un sonetto (i giovani li hanno pur troppo questi riscaldi di cervello) intinge la penna nel calamaio e rimane sospeso pensando non gi a quello che vuol dire, ma se imiter lo stile di Caio o di Tizio, se sar verista o idealista, se scriver in lingua classica o in lingua parlata.
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Cos di mille volumi di versi che sbocciano tutti gli anni in questo giardino del mondo, novecento novantanove appartengono a quel che si dice una scuola vale a dire che gli autori cercano di travestirsi, di sformarsi tanto da rassomigliare alla meglio ad uno di quegli infelici che ebbero la maledizione d'esser unti ed incoronati capi di scuola. In questa faceta repubblica delle lettere ognuno vorrebbe avere la fisonomia del suo vicino, proprio come nel facetissimo regno della moda una volta volevano tutti rassomigliare a Vittorio Emanuele portando i baffi come lui, anche quando sformavano la fisonomia.
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Ci sono poi certi critici stravaganti che compiono la confusione delle lingue e dei cervelli lodando queste rassomiglianze artificiali. Li sentirete dire: bel bozzetto! potrebbe firmarlo De Amicis! Lodi sbagliate, scelleratamente sbagliate, poich equivalgono a dire che l'autore contraffece perfettamente De Amicis. Ma secondo questa critica i cento copiatori della Madonna della Seggiola sarebbero artisti squisiti, le imitazioni varrebbero quanto gli originali! Gli artisti finirebbero a fare come gli operai di Norimberga, che dopo aver fatto un bel soldatino di piombo ne fanno centomila compagni.
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E' vero, per, che in fatto di originalit qualche cosa si  guadagnato; almeno dalla parte del pubblico. Infatti la ricerca assidua del nuovo, che molti a torto biasimano, non  che una domanda di originalit, alla quale l'offerta degli autori risponde poco per ora, ma risponder in seguito. E se si ricerca la smania di travestirsi che infieriva nelle accademie di una volta, si vede che un pochino si  guadagnato anche dalla parte degli autori. Quel che forse l'imitazione una volta, anche pei grandi ingegni, la vera misura dell'errore pedagogico intorno a questa benedetta imitazione, si vede in un lavoro giovanile di Giacomo Leopardi, intitolato: Appressamento della morte. Lavoro atteso da lungo tempo, lodato prima d'esser veduto ed inferiore troppo all'aspettazione che le lodi premature avevano destato in tutti.
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Dire che una cosa di Leopardi, anche di Leopardi bambino, sia brutta, non si pu senza spiegarsi chiaro e profondo e dell'ammirazione grandissima che si porta all'infelice poeta. Prima di alzare il martello sopra una immagine sacra, bisogna celebrare dei riti espiatorii i quali stabiliscano bene nella coscienza de' fedeli che non  il santo che si vuoi mettere in pezzi, ma la sua immagine contraffatta e calunniata. Giacomo Leopardi  cos grande nella storia letteraria e nella coscienza di tutti,  cos in alto nella giusta venerazione degli italiani e dei forestieri, che prima di chiamar brutta questa benedetta cantica, bisogna pensarci tre volte, domandare scusa e parlare con circospezione.
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Aggiungasi che il poeta recanatese fu cos meravigliosamente precoce in tutto, che non si sa bene come giudicare un lavoro compiuto sul finire del quarto lustro, com'egli stesso dice: non si sa davvero se giudicarlo coi criterii applicabili ai giovanetti che tentano i primi canti, o giudicarlo come opera di un grande ingegno maturato gi dal lungo studio: dalla sventura e dalla solitudine. Quest'ultimo giudizio per riuscirebbe cos giustamente severo che per quanto contrario alla precocit ammessa e provata dell'infelice poeta, bisogna cacciare il dubbio e finire col credere che il Leopardi quasi ventenne fosse su per gi quel che sono gli altri giovani di quella et e di discreto ingegno. Imbroglio, contraddizione se volete, ma davvero non saprei come uscirne. O negare la precocit provata, o dir bello un lavoro brutto. Io scelgo il primo corno del dilemma, e ritengo la cantica opera di un adolescente non superiore alla sua et; il che non fa torto a nessuno.
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Il pretonzolo al quale fu affidata l'istruzione dei giovani conti Leopardi doveva aver bene insistito sulla necessit dell'imitare i classici, poich vediamo l'allievo imitar tanto che qualche colta copia addirittura. La lingua, che non si pu inventare, tradisce tuttavia uno studio di arcaicit che nocerebbe senza dubbio alla spontaneit del poema, quando spontaneit ci fosse. La lingua sul finire del Settecento e durante il dominio francese s'era impinzata di tanta roba straniera da muover la nausea e venne necessariamente una reazione. Fu allora che il Cesari, il Puoti, il Perticari, il Giordani e tanti altri predicarono la crociata contro i neologismi forastieri in nome dell'aureo Trecento. Si torn all'antico, accettando ad occhi chiusi il buono ed il cattivo di una lingua ancora allo stato di formazione, e chi seppe cavare dai Fatti di Enea e dai Fioretti di San Francesco i termini pi eterocliti ed antiquati, colui scrisse meglio.
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Reazione che ebbe la sua utilit, come quella che pul un poco la lingua e mantenne un certo spirito di italianit nelle lettere, appunto quando ogni speranza di italianit pareva perduta; ma reazione sempre, quindi cieca, intollerante, meticolosa. Il pretonzolo dei Leopardi senza dubbio insegn questo scrupoloso purismo ai suoi allievi, propose i modelli di moda all'imitazione sconsigliata, e la cantica di quel Giacomo, che scrisse poi l'italiano come nessuno seppe scrivere finora, ribocca di parolacce viete, muffite, quasi umoristiche. Per chi vorr gettare gli occhi sulla cantica non c' bisogno di esempi: ogni pagina, presa a caso, dice pi che qui non si possa dire. Nella stessa ortografia c' un'affettazione di arcaismo che non si trova pi nei lavori successivi, anche giovanili, del poeta.
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E il poema che cosa  in fondo? Una imitazione fredda e servile un po' del Poema divino, un po' dei Trionfi del Petrarca. Cominciamo a trovarci nella solita landa, come Dante si trov nella selva selvaggia. Il poeta sovrano ci dice:
Io non so ben ridir come v'entrai,
tant'era pien di sonno in su quel punto.
e il povero imitatore:
I' non vedeva u' fossi ed u' m'andassi,
Tant'era pien di lutta e di terrore.
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Vien la solita tempesta, la solita lusnada del Porta ed appare un angelo che annunzia al poeta la sua prossima fine, l'appressamento della morte. Tuttavia, perch il poeta non si dolga troppo di abbandonare il mondo in cos giovane et, l'angelo mette mano alla solita lanterna magica che dopo la Basvilliana dovrebbe essere lasciata stare, e fa vedere la processione delle vittime dell'amore, dell'avarizia, dell'errore, della guerra, della tirannia, tale quale nei Trionfi del Petrarca.
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L'anima di Ugo da Este a modo di episodio, un po' Ugolino, narra la nota tragedia e come dopo il colpo paterno, svolazz lo spirto sospirando. Si maledice l'eresia anglicana e si sente un po' d'influsso alfierano nella declamazione contro la tirannia; e insomma imitando un po' a destra ed un po' a mancina, finito il corso dei carri, si spalanca il cielo e si vedono Cristo, 'a Madonna, i santi e tutto l'empireo cattolico. Dante, il Petrarca e il Tasso sono del beato coro. Chi sa perch ne  escluso l'Ariosto?
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Dopo questa beatifica visione tutto sparisce, ed il poeta, rimasto solo, si duole di dover morire, ma pure si rassegna e finisce invocando Dio e la Vergine perch l'assistano nell'ultimo passo. A questo punto ritorna in capo al lettore lo stesso dubbio che lo assal sino dalle prime terzine e si chiude il libro tentennando il capo e chiedendo: ma  proprio roba del Leopardi?
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Si trovano molti riscontri nelle lettere del Leopardi, del Giordani e d'altri, che parlano della cantica: la calligrafia sembra del Leopardi, il quale ordin per la stampa le prime ventotto terzine riducendole a venticinque molto rivedute e molto corrette. Certo un contraffattore poteva tener conto delle lettere, imitare la calligrafia e lavorare sulle terzine stampate; ma la persona che ritrov e diede alle stampe la cantica  incapace di fare un tiro simile al buon pubblico. Non resta dunque se non concludere che questa povera roba imitata, messa insieme a pezzetti come un mosaico, sia proprio di Giacomo Leopardi: ma di un Leopardi quasi ventenne, che non conoscevamo ancora, di un Leopardi scolaretto senza esercizio di comporre, senza gusto di lingua, senza lume di poesia.
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Bisogna rassegnarsi a credere che questo imparaticcio scolastico sia stato messo assieme un anno dopo al Saggio sugli errori popolari degli antichi nell'anno stesso dell'Inno a Nettuno e delle Iscrizioni triopee, un anno o due prima delle pi celebri, delle pi gloriose poesie della letteratura moderna.
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 dura, ma  cos.
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Questa pubblicazione avr questo almeno di utile, che far veder chiaro come gli ingegni pi forti e pi grandi non si riconoscano pi quando cadono nel peccato d'imitazione. Certo si dnno delle mostruosit in natura, come il Monti, il quale seppe diventar grande in gran parte imitando; ma simili organismi sono veri capricci della natura, come le mosche bianche e i cigni neri, e non bisogna fidarsene perch sono fuori della legge comune. Perch c' stato un Mozart non tutti i piccoli pianisti arriveranno a scrivere il Don Giovanni, il caso del Leopardi, dovrebbe far riflettere molto coloro che sono fanatici dei modelli di bello scrivere, delle antologie usate altrimenti che come saggi compendiosi e pratici di storia letteraria.
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Si potrebbe domandare che necessit c'era di mostrare il povero Leopardi, gi abbastanza martirizzato dai pubblicatori di quisquilie scolastiche, nell'atto di fare tome pap; ma a questa domanda si oppone la solita risposta, che dei grandi ingegni  necessario conoscer tutto, anche la balla. Amen. Studiamo dunque le balie dei grandi uomini, che buon pro ci faccia.
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DI NUOVO.
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Se il Leopardi riaprisse gli occhi!
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Gi, prima di tutto, se riaprisse gli occhi, quella adorazione meritata che nessuno gli contende nel tempio dell'arte, scemerebbe ingiustamente della met, poich egli stesso ha detto Virt viva sprezziam, lodiamo estinta; verit sacrosanta. E poi se aprisse gli occhi cos all'impensata, e se cogli occhi potesse muovere la mano, ne scriverebbe delle belle intorno a noi, al nostro tempo, alla nostra curiosit e forse anche intorno a quel progresso che gli sugger la epistola al Pepoli. E davvero il povero poeta, disgraziato in vita, fu disgraziatsisimo dopo morto e gliene hanno fatte di quelle col pelo.
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Lamentai gi il lungo silenzio serbato da Antonio Ranieri; silenzio che indusse i biografi in tanti errori: e dissi che se il generoso napoletano fosse depositario di qualche scritto del Leopardi, dovrebbe oramai vincere gli scrupoli di una delicatissima coscienza e metter fuori tutto. Non mi pento di quel che ho detto, ma la pubblicazione del signor Zanino Volta, l'Appressamento, mi fa morder la lingua.
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Il signor Zanino Volta, nipote dell'illustre inventore della pila, come ci dice parecchie volte nella introduzione, e vice-bibliotecario reggente nell'Universit di Pavia (che diavolo  un vice-bibliotecario reggente?) il signor Zanino Volta capit in certe camere del palazzo avito dei Volta dove c'erano per le terre molte cartacce, molta umidit e molti sorci. Trov, frugando, un quaderno intitolato: Appressamento della morte, e se lo ficc in tasca. Ora si trova che  un autografo del Leopardi, e lo stampa con cento pagine di prefazione.
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 proprio del Leopardi? A questi lumi di luna siamo tanto avvezzi alle gherminelle letterarie paleografiche, che questa  la prima domanda da fare. Chi  oramai quel letterato il quale non abbia commesso qualche marachella di questo genere? Io, per conto mio, oltre quel che  noto al pubblico, ho parecchi altri peccatucci sulla coscienza e se volessi dirlo, c' qualche poesia del 1300 a questo mondo che io ho visto nascere, crescere, trovar spasimanti ed amanti e peggio.
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La calligrafia del Leopardi pu essere esattamente imitata dal primo che capita: la carta del tempo si trova dappertutto; l'inchiostro sbiadito o rossastro si fa in cucina, e la cantica  un lavoro tanto giovanile che quasi potrebbe averlo fatto davvero il signor Volta, ma questo non vuol dire, poich qualunque maestro di retorica pu far di meglio.
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Il nipote di Alessandro Volta ha preveduto il sospetto di falsificazione e mette le mani avanti. Egli prova che il testo e la sua et probabile vanno d'accordo con quanto ci dicono di questa cantica il Leopardi nell'epistolario, il Giordani ed altri; e che la calligrafia  quella stessa di altri lavori autentici del poeta ch'egli possiede; quindi la cantica  del Leopardi.
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Le premesse non fanno una piega ma uno scettico potrebbe sorridere della conclusione. Dato il caso di un falsario,  egli supponibile che costui avesse steso la cantica senza studiare prima tutto quel che ne  stato detto da molti e senza imitare o far imitare il carattere grafico? Bisognerebbe supporre che il falsificatore fosse Calandrino. Se la cantica va quindi d'accordo nei caratteri, diremo; storici ed esterni, questo non esclude che altri la possa aver fatta o fatta fare: ed anche questo ragionamento non fa una piega.
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La storia del manoscritto, la storia provata, darebbe la vera sicurezza: ma appunto qui non si sa nulla di certo. Il come, il quando ed il perch il manoscritto sia andato a nascondersi nella topaia dove il nipote del Volta lo trov non pu sapersi. Il nipote del Volta si permette soltanto qualche ipotesi, anzi parecchie ipotesi che possono esser accettate come tali e non altro.
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Non voglio gi sostenere con questo che la cantica ora stampata sia una falsificazione. Non c' nulla che lo dica come a negarlo non c' che l'opinione del nipote dell'inventore della pila. Non c' nulla di strano che il Leopardi da ragazzo scrivesse a modo d'esercizio scolastico questi poveri canti, queste povere terzine.
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Ma il rispetto, la venerazione che tutti abbiamo grande ed io ho grandissima per l'infelice poeta, non ci debbono impedire dal confessare che questa cantica, imitazione d'imitazione, non  altro che un lavoruccio scolastico, retorico, poverissimo sia nel riguardo del concetto che della lingua.
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La lingua infatti denota uno studio assiduo dei classici, o anzi meglio de' trecentisti, non corretto ancora da quello squisito gusto che fece grande il Leopardi. C' sino l'affettazione dell'arcaismo, c' sino l'esagerazione ortografica che gli fa dire:
I' non vedeva u' fossi ed u' m'andassi
Tant'era pien di lutta e di terrore.
Non c' mai un io, ma sono tutti i'; non c' parola mozzabile in principio che non sia mozzata e ci troviamo lo 'ngegno; 'ncontra; 'ntorno; 'ntelletto e mille anticaglie, roggia per rossa, lutta per lotta, frati, per fratelli, di rampa, approcciare, dischiavacciare, credulitate, rinomo, e il pomo d'Eva  il piagnevol pomo; proprio un glossario, un zibaldone di modi effettati o rancidi. Sar del Leopardi, ma la lingua potrebbe essere non che del padre Cesari o del Puoti, ma di Fidenzio Glottecrisio Ludimagistro.
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Quanto al concetto,  una imitazione d'imitazione. Lo stile  un calco,  un mosaico dove si trovano interi versi di Dante o di altri appena cambiati in una parola. L'episodio di Ugo  una imitazione un po' della Francesca, un po' dell'Ugolino, e la chiusa dell'episodio che piace tanto al nipote dell'inventore della pila, confida col comico; dice:
E svolazz lo spirto sospirando!
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Sar del Leopardi insomma, ma questo non deve influire sulla verit. Sar del Leopardi, ma  una povera, poverissima cosa. Il Leopardi stesso del resto ha giudicato, accettando poche terzine dopo molte correzioni: dato sempre che il Leopardi abbia scorretto il Leopardi. Se il povero poeta vivesse ancora e il signor Giovannino Volta gli avesse fatto un tiro da galera, non poteva forse fargliene uno peggiore che pubblicando questo imparaticcio che fa a pugni con tutte le convinzioni filosofiche e con tutta l'arte squisita del recanatese.
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Per questa sconciatura e per la prefazione, della quale non dico nulla temendo che si possa sospettare qualche impossibile antipatia in me contro l'egregio nipote del l'inventore della pila, fu incomodata una illustre accademia milanese, si fecero suonare le trombe tutte dei giornali ed il monte ha partorito. Dico, e torno a dire sconciatura, l'avesse fatta anche il Padre eterno; poich in fin dei conti se la critica deve usare delle ipocrisie, pu andare al Ges, ma non caver un ragno da un buco. So bene che si troveranno anche i giornali di manica larga che loderanno senza aver letto, ma so bene che la coscienza ripugna a lodare quel che appare brutto e sbagliato.
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Giacomo Leopardi  troppo grande poeta e troppo in alto perch questa bambinata possa mai scemargli una dramma della nostra ammirazione. Non guastano il grand'uomo gli schizzi di meconio che la balia gli trov nelle fascie; noi lo rispettiamo e lo amiamo lo stesso. Altrettanto per non possiamo certo fare pei nipoti dei grandi che fanno tanto fracasso per tante piccinerie. Il nonno pu avere inventato la pila, lo riconosciamo; ma non riconosceremo cos che il nipote possa aver inventato la polvere.
Io mi doleva gi che il Ranieri se ha delle cose inedite del Leopardi non le pubblicasse ma dopo questa profanazione direi quasi che fa bene.
Ma no.  impossibile che il Leopardi abbia lasciato al Ranieri di questa povera roba. Ah, l'amico incomparabile del povero Giacomo dovrebbe parare questo colpo tirato alla fama dell'amico dandoci qualche cosa di meglio!
Egli dovrebbe davvero riparare alla profanazione volgare e piccina mostrandoci tutto il Leopardi della maturit, il Leopardi che conosciamo ed ammiriamo. Dica egli almeno che pu dirlo, se il povero infelice non avrebbe protestato altamente contro questa improntitudine scempiata che lo mette alla berlina come scolaretto plagiario.
Rispetto il giudizio degli altri, ma quanto a me lo dico chiaro e tondo:  una vergogna!
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GLI ULTIMI ANNI DI G. LEOPARDI.
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Se con parole, con opere o con omissioni un disgraziato fece tanto da vedere la propria fama oltrepassare l'ombra del campanile natio, non gli sar pi possibile nascondere qualche cosa alla curiosit dei concittadini. I Vaperau ed i De Gubernatis gli pubblicheranno la fede di nascita, il certificato di vaccinazione ed i connotati; e gli oziosi nei caff discuteranno ad alta voce intorno al naso de' suoi figli ed alle anche di sua moglie. Se poi la sventura lo percosse tanto crudelmente da farlo celebre ed ammirato anche fuori d'Italia, per lui non c' pi requie, nemmeno nella fossa. Si stamper il numero de' suoi capelli grigi, il numero dei bottoni della sua camicia e si cercher avidamente di sapere se preferiva il lesso all'arrosto, o le calze di lana a quelle di cotone. Ogni minimo atto della sua vita sar commentato, ogni suo biglietto e magari le cambiali ingrosseranno l'epistolario, e il cameriere, la cuoca, la lavandaia del grand'uomo saranno chiamati a testimoniare davanti al tribunale della posterit. La professione di grand'uomo non  tutta di rose.
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Tuttavia, siccome c' anche qualche grande uomo di spirito, s' finito col trovare un rimedio alla curiosit del pubblico ed alla indiscrezione dei biografi, ed il rimedio sta nello scrivere la propria autobiografia. Non sar infatti sfuggito all'attenzione degli acuti lettori, che gli scrittori di autobiografie sono in meno perseguitati dai biografi e questa ricetta, unita ad un po' d'attenzione nello scrivere agli amici in previsione dell'epistolario, la regaliamo volentieri ai grandi uomini viventi che dormono male la notte, pensando ai biografi futuri.
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Ma se c' stato al mondo un povero grand'uomo crudelmente anatomizzato dalla feroce curiosit del pubblico e degli scrittori, certo  stato Giacomo Leopardi. E gli hanno applicato fino il microscopio spiando ogni battito del suo cuore, ogni moto del suo ingegno. Sappiamo il nome e la vita delle donne che gli piacquero, delle umili tessitrici che entrarono nella storia letteraria e nell'immortalit per aver dimorato in faccia al palazzo dei Leopardi. Sappiamo tutti i segreti della sua famiglia, tutti i pettegolezzi dei suoi concittadini, tutte le chiacchiere delle serve di casa. Gli hanno pubblicato i lavoretti di scolaro e le carte gettate nel cestino; gli han fatto il conto dei crediti e dei debiti, la diagnosi de' suoi mali, la fotografia della sua deformit, ed ogni ora della sua dolorosa vita fu il tema di una dissertazione. Davvero che i pi ambiziosi tra i letterati esiterebbero se qualcuno promettesse loro la gloria del Leopardi accompagnata dalle persecuzioni biografiche che crescono tutti i giorni invece di calare!
Badiamo bene che non si nega con questo l'utilit storica e critica delle rivelazioni intime e delle pubblicazioni curiose. Un'opera d'arte non esce dal cervello per generazione spontanea, non viene al mondo per una creazione ex nikilo, ma  il risultato complesso di una educazione, di un ambiente storico, di una miriade di sentimenti e di sensazioni che agirono sul cervello in quel dato modo e la critica non pu fare a meno di analizzare minutamente le cause di quei sentimenti e di quelle opere. Il poeta per lo pi  un malato d'anima e di corpo, e, come la conchiglia, da una dolorosa puntura mette al mondo una perla. Ora  necessario che le vittime di quella strana malattia che si chiama il genio siano intimamente scrutate dal critico, come  necessario che le vittime di certe strane malattie fisiche siano minutamente disseccate sulla tavola anatomica. E se un caso strano di genio ci fu mai, se un misterioso enigma comparve mai nel mondo dell'arte, quello fu Giacomo Leopardi. Cos se si deve compiangerlo come martire delle nostre insaziabili curiosit, bisogna tuttavia riconoscere che queste curiosit nascono da un sentimento di ammirazione e sono di grande utilit alla critica.
Antonio Ranieri, l'amico intimo e sviscerato del Leopardi negli ultimi anni, non pareva per convinto di questa necessit delle rivelazioni private. Egli, depositario di tanti segreti, tacque modestamente e stim ciarlataneria grossolana tentare l'immortalit facendosi il dimostratore patentato delle debolezze e delle virt di un uomo immortale, tacque ed assistette sdegnoso a questa fiumana di libri, di opuscoli, di articoli, che contenevano ciascuno un brano del gran segreto. Si diceva che il Leopardi morendo lasci qualche cosa d'inedito e si incolp il Ranieri di defraudarne la patria. Le pi strane accuse furono susurrate contro una amicizia santa, e la pubblicazione dell'epistolario del Leopardi stesso dava credito alle mormorazioni, poich il povero malato, scontento di tutto e di tutti, si lasciava andare a disconoscere persino tanta devota amicizia e chiamava odioso il soggiorno di Napoli. E il Ranieri tacque sempre, sicuro di s e della sua coscienza, e fin anzi col non leggere nemmeno i libri dove si faceva l'autopsia del suo amico e della comune amicizia.
Ma la fiumana dei pettegolezzi ingross tanto, che al Ranieri tocc finalmente di parlare. La morte della sua adorata sorella Paolina, quella stessa che sostenne volentieri il santo martirio di esser infermiera del Leopardi, pare che non sia stata la cagione ultima del suo parlare. Infatti fin che vivono anche due testimoni di un grande avvenimento, possono costoro favellarne tra loro e sprezzare i profani; ma se ne sopravvive uno solo, che anzi vegga travisati i grandi fatti ai quali ebbe parte,  necessario,  fatale che egli parli alle turbe, e rettifichi, e racconti.
Cos il Ranieri diede fuori il suo libro: Sette anni di sodalizio con Giacomo Leopardi, libro pi che mai necessario alla completa biografia dell'infelice poeta.
Anche il Ranieri fu sforzato alla relazione minuta delle debolezze e delle aberrazioni di un malato, relazione tanto pi utile in quanto riguarda il momento pi inesplorato della vita del Leopardi, gli anni in cui l'ingegno suo era giunto a quella fredda esaltazione, a quella disperazione scettica da cui scaturirono i Pensieri e la Ginestra. Questo libro diventa cos indispensabile a chi vuol parlare del Leopardi.
In quelle minuzie, in quegli aneddoti umili c' tuttavia quel che oggi si chiama interesse, e quando si giunge all'ultima pagina si trova che il libro  troppo breve. Qualche tensione lirica, qualche esagerazione di sentimentalismo romantico passano inosservate sotto al sentimento profondo dell'amicizia che si sacrifica, accanto alla forte e modesta carit di Paolina Ranieri che sembra aver ispirato tutto il libro. Infine il lettore giunge a dolersi che il Ranieri non sia stato il compagno di tutta la vita del Leopardi e che non ce l'abbia potuta narrar tutta, giorno per giorno, della nascita alla morte.
Il mistero delicatamente accennato nel settimo paragrafo, e che non  ormai pi mistero per coloro che hanno sentito parlare del Leopardi da persone che lo conobbero, spiega molte cose oscure, molte debolezze, molti dolori del grand'uomo. Ma se il Ranieri qui ha parlato, ha poi taciuto affatto alla domanda, che, si pu dire, l'Italia intera gli rivolge. Esistono presso di lui cose inedite del poeta? Il conte Carlo Leopardi sembrava credere che egli conservasse parte dei Pensieri ed altre cose.  vero?
E se  vero, che cosa pi rattiene il Ranieri dal farli di pubblica ragione? Quando oramai nelle pubblicazioni fatte dal Cugnoni a Lipsia vediamo raccolte le minime e pi giovanili cose che pure non hanno nociuto alla fama del Leopardi, certo non potrebbero nocer queste, concepite e scritte in et pi matura. Ma,  vero?
Questa domanda rimane per ora senza risposta.
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POLEMICHE INTORNO AL LEOPARDI[2]
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Dispiace il dirlo, specialmente perch c'entra una signora, ma bisogna pur dirlo: lo spettacolo che ci offre la famiglia Leopardi  indecente.
Non bastavano tutti i tormenti cui fu sottoposta la fama di Giacomo, tutte le chiacchere, tutta la malignit, tutta la imbecillit di coloro che conoscendo la propria miseria cercano di passare il Lete arrampicati sulle spalle di un grand'uomo che li porti ai posteri; non bastavano le indiscrezioni che si danno l'aria di rivelazioni importanti allo studio dell'ingegno del Leopardi, per cui abbiamo saputo quante volte al giorno il poeta si soffiava il naso e quante volte alla settimana si cambiava le calze; non bastava l'improntitudine degli scolaretti che eiaculano il loro primo articolo nel giornale letterario della provincia, profanando il nome di Giacomo e ripetendo le balordaggini imparate a scuola; non bastava insomma l'accanimento col quale italiani e forestieri turbarono la pace di quelle povere ossa in nome di un partito, di una scuola o di un pregiudizio; bisognava che la stessa sua famiglia scendesse a pettegolezzi indecenti in faccia al pubblico, contendendosi la privativa di vender oracoli in nome di Giacomo, come contendono tra loro i discendenti del Pagliano pel segreto della ricetta.
Ho detto, a proposito della cantica sull'Appressamento della Morte, edita umoristicamente dal signor Giovannino Volta, che se il Leopardi fu infelice in vita, fu infelicissimo dopo morte. Tanta sventura supera la piet volgare e quasi quasi atterrisce; certo gli uomini celebri viventi debbono qualche volta provar disgusto per la celebrit, pensando che anche su loro pu infierire una simile sventura. Si  giunti a questo, che un celebre autore, ora morto, non scriveva una lettera dove non ricorressero qua e l alcune parole oscene. I suoi costumi e i suoi discorsi erano corretti e gentili, ma scriveva cos perch dopo morto non gli stampassero l'epistolario.
E, per quel che riguarda l'infelice Leopardi, la cosa comincia a diventare scandalosa. Pare che tra la vedova ed erede di Carlo, ed il figlio o i figli di Pier Francesco, sia una di queste lotte di famiglia cieche e ferocissime, come pur troppo avvengono spesso nelle famiglie italiane delle piccole citt. Non importa cercare da che motivi venne questa divisione: intanto tutti i giorni si fa pi profonda e pi aspra; ha diviso Recanati e oramai gli studiosi delle cose leopardiane. Certo gli eredi legittimi e diretti del Leopardi debbono vedere con rammarico la pingue eredit dell'avarissimo Carlo distratta alla famiglia a vantaggio della vedova e dei figliastri di lui. Certo la signora Teresa Teia, prima vedova Pautas e poi vedova Leopardi, ha molti torti, non fosse altro, quello scusabile di voler fare l'apoteosi del defunto marito per quanto la meriti poco, e quello inescusabile di far servire queste tristissime polemiche alle rabbie clericali e fratesche; ma mentre i primi non dovrebbero dimenticare che al postutto si tratta di una signora, questa non dovrebbe dimenticare che si tratta anche di una famiglia alla quale essa , si pu dire, estranea. Da ambedue le parti sarebbero necessari molti riguardi, e nessuna delle due parti ne usa.
Queste ire poco decenti diedero origine ad un nuovo volume di cose leopardiane, cui il Piergili prepose una lunga prefazione apologetica.
Premetto che, se dovessi scegliere un partito, starei col Piergili e non coll'Aulard. Carlo, la pi antipatica e falsa figura di casa Leopardi, che ebbe tutti i difetti e nessun dei meriti del fratello maggiore, deve ispirare simpatia a ben pochi che non abbiano interesse a farlo. Questo Arpagone, senza cuore come un clericale e senza dignit come un prestatore su pegno a grassi frutti, mi  sempre sembrato meno stimabile dello stesso Monaldo, la cui fama  oramai monda dalle brutte macchie d'un tempo. La condotta poi di chi tenne da lui ed abus del suo nome di famiglia per miserabili intenti di partito e di sagrestia, mi nausea addirittura. Tuttavia ci non toglie che in fondo sia da disapprovare questo strazio che dalle due parti si fa del povero Giacomo, il quale serve di pretesto alla lotta. Fa piet vedere i combattenti scaraventarselo l'un l'altro addosso come un cencio sudicio e rimandarselo come una palla a suon d'ingiurie, di improperi e d'insulti. A Recanati si rapprentano gli Hritiers Rabourdin, e come di solito il pubblico fischia.
Pur troppo  vero che lo studio dell'Aulard intorno a Giacomo Leopardi trov in Italia un popolo di lodatori. Il nostro amor proprio nazionale era soddisfatto vedendo che dalla Francia, da quella stessa Francia dove le cose nostre sono cos profondamente ignorate, ci veniva il riconoscimento cosciente di una delle nostre massime glorie. A chi non legge, o legge superficialmente, bast il frontispizio per tenersi contento. Chi invece non legge i libri colla leggerezza con cui si leggono i giornali, scosse il capo e tacque. Meno che gli errori, spiegabili se non perdonabili, colpivano in quel lavoro gli intenti partigiani che l'avevano dettato. Il peggio fu quando la vedova di Carlo Leopardi stamp in francese un maligno libro-Leopardi et sa famille-dove, ripetendo notizie vecchie si cerca di tirarle a danno dei parenti avversari e si fanno insinuazioni poco dignitose e poco generose a carico di parecchi. Quel libro, scritto in servigio di odii domestici e di ire clericali, pass in Italia in meritato silenzio: ma in Francia, dove i migliori ignorano la nostra lingua, sar tenuto per vangelo. Questo bel servigio hanno fatto al povero Giacomo le rabbie de' suoi!
La prefazione del Piergili  quasi tutta una risposta alle ingiurie dell'opuscolo franco-clericale della vedova Leopardi. Senza dubbio egli era stato offeso da quella maligna pubblicazione e doveva rispondere: egli tuttavia passa un po' la misura e dimentica che non c' quanto la calma dignitosa per rendere la risposta all'ingiuria, e condonando molto alla delicatezza offesa,  lecito tuttavia sperare che in avvenire certi metodi ingiuriosi di polemica siano lasciati alla sagrestia dove sono indigeni e coltivati. Lasci che gli altri si abbassino: egli stia pi in alto; stia all'altezza della dignit serena che gli dett l'articolo su Monaldo Leopardi, apparso non  molto nella Nuova Antologia. Quella  roba che resta, non fosse altro, per la sua utilit; i pettegolezzi durano quanto le risa di chi se li gode.
E cos, anche in questa prefazione rimane utile come documento storico tutto quel che riguarda le affermazioni del Ranieri. Siamo sempre nell'ambito della polemica, ma qui non si tratta pi di ripulsa d'ingiurie o di smentita di calunnie gi dirette o allo scrittore della prefazione o ai discendenti legittimi della famiglia Leopardi. Si tratta di fatti che hanno una grande importanza pel giudizio del carattere di Giacomo.
Il poeta mor in braccio ad Antonio Ranieri, il quale rimase in possesso de' suoi scritti. Una parte di questi furono dal Ranieri ordinati in quella edizione fiorentina che  rimasta l'edizione ne varietur delle migliori cose del recanatese. Ma fino d'allora, prima si sussurr, poi si disse alto che tutto non era l, che il Ranieri aveva presso di s molte cose, anche della maturit del Leopardi, rimaste ostinatamente inedite, sottratte da lui all'ansioso desiderio dell'Italia intera. Vero o no, il Ranieri tacque. Il testimonio degli ultimi anni del poeta, quando l'avida curiosit scrutava ogni frammento, interrogava ogni tradizione, stampava ogni bazzecola giovanile e fanciullesca del grande sventurato, non moveva labbro e stava immobile nel suo Sinai misterioso, come un Dio che sdegni di mostrarsi agli uomini.
Ad un tratto si seppe che il Ranieri avrebbe stampato un libro sugli ultimi anni del Leopardi, dove avrebbe corretto molti errori, dissipati moltissimi equivoci. Si aspett febbrilmente. Non pareva vero che alfine si potesse sapere qualche cosa di certo sopra gli ultimi giorni del poeta rimasti sempre un po' in nube, sopra gli ultimi suoi lavori che si credevano sottratti alla legittima e santa curiosit nostra. Il libro usc, ma fu una delusione.
Il Ranieri faceva la propria apologia come se fosse stato assalito, e la faceva in modo che pareva recare a colpa del defunto amico gli assalti immaginari dei quali si doleva. Il carattere del Leopardi vi era dipinto con colori men che favorevoli, e si dichiarava alto e fieramente che il poeta nelle sue ultime lettere era stato ingrato verso chi lo aveva mantenuto in tutto e per tutto con amichevole disinteresse e non lieve sacrificio. Risultava da quel libro che la moralit del poeta non era completa, che era sudicio, goloso, cattivo, ingrato e, pi di tutto, che si era lasciato assolutamente e completamente mantenere senza dir nemmeno grazie.
Il buon pubblico non seppe che dire. Gli si guastava la bella immagine del sublime tribolato che filosof cos melanconicamente sul dolore e incarn in s la tendenza pessimista del secolo. Gli si sciupava il poeta migliore di cui potesse forse gloriarsi l'Italia in questo secolo. Gli si buttava alle fogne un ideale quasi santo, una memoria venerata. Traspariva,  vero, dalla tronfiezza apocalittica, dalla evidente artificiosit romantica del libro, un non so che di esagerazione retorica facile a mettere in sospetto se non la veridicit, almeno l'esattezza dello scrittore. Ma come negar fede al Ranieri, all'ultimo amico di Giacomo, al confidente della sua ora estrema? Si chin il capo sotto ad una disillusione di pi.
Ma ecco il libro del Piergili, dove con documenti autentici si convince di errore il Ranieri in una delle sue pi gravi affermazioni. Il Leopardi non fu mantenuto, almeno in tutto, dall'amico. Riceveva regolarmente dalla famiglia un assegno, tenue s, ma non minimo in quei tempi a Napoli dove si viveva con poco. Nell'ultima sua malattia ricevette quaranta scudi, pi che dugento lire, il cui valore era, allora e l, il triplo di quel d'ora. E di pi le cambiali sono tutte scritte di mano del Ranieri; la sola firma  di Giacomo.
Questo errore in cosa tanto grave toglie fede a tutto il libro, che pareva scritto apposta per farlo credere al pubblico. Se il Ranieri err in quell'affermazione che si pu dire la principale del suo volume, ed invece egli stesso aveva avuto parte cos grande negli atti che nega, si dovr credere al resto?
L'utilit maggiore ed incontestabile del libro del Piergili sta appunto in questo. Un errore cos grave, cos pregiudizievole alla fama di Giacomo e venuto da persona tanto autorevole, stava per acquistare certezza di verit nella biografia del poeta, e il Piergili ha fatto opera buona e bella provvedendo. Non importano le varianti ortografiche tra due edizioni delle cose del Leopardi, inserite per crescere la mole del volume: importa assaissimo l'acquisto di un vero oramai non pi discutibile, e per questo ben venga il libro.
Ma il Ranieri? Egli senza dubbio s'inasprir ancora, o se conserva qualche cosa del Leopardi si ostiner tanto pi a negarcela. Speriamo almeno che l'amore che egli port al povero afflitto lo difenda dalla tentazione di un sacrilegio come sarebbe quello di distrugger tutto. Il suo nome, che passer glorioso alle pi lontane generazioni come quello dell'amico fedele e consolatore del poeta, vi passerebbe infamato della fama di Erostrato e di Omar califfo; ed egli deve voler essere ricordato sempre come un onest'uomo, non come un pazzo irritato e maligno.
Se il libro del Piergili giovasse a scuotere il Ranieri dal suo misterioso silenzio, se giovasse a chiarire il dubbio che egli conservi molte e delle migliori cose del poeta, se giovasse a far paga la nostra santa e nobile curiosit che ci rende famelici di tutto quel che viene dal Leopardi, anche dei minimi scarabocchi infantili, benedetto il giorno in cui venne alla luce. Ma per ora, pur troppo, non pare.
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MARIA MALIBRAN.
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Il maestro Pacini narra nelle sue memorie, che quando sent la Malibran la prima volta al teatro S. Carlo di Napoli nella Gazza Ladra, lo dovettero portar via dal palchetto perch dava segno di alienazione mentale e disturbava il pubblico colla sua ammirazione frenetica. La stessa Gazzetta di Bologna, foglio ufficiale di Monsignor Legato tra una enciclica e l'altra, inseriva una frase lirica per la divina cantatrice. Il Ftis, che morde spesso e volentieri non pu dir male di lei; insomma, intorno alla sublime attrice non si ode che un concerto di elogi, i quali finiscono alle meste ed immortali strofe di Alfredo de Musset.
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Ed ora, che cosa resta di questa donna adorata che fece impazzire i nostri nonni, che a Lucca si vedeva staccare i cavalli dalla carrozza, che a Venezia doveva rifugiarsi in San Marco per non essere soffocata dalla folla del popolo plaudente? Che cosa resta di quelle corone, di quegli entusiasmi, di quelle frenesie? La Malibran  diventata un ricordo, a poco a poco il suo nome passer tra quelli delle attrici illustri note solo agli eruditi. Cos il tempo passa e cancella le impronte di coloro che non poterono affidarle a monumenti durevoli. Gli oratori, gli attori, i cantori godono di trionfi momentanei, improvvisi. Spenta la generazione di coloro che udirono, nulla resta di loro. Nessun fonografo render la potenza oratoria del Castelar, come non ci potrebbe rendere il fascino della Rachel o della Malibran. L'onda del tempo passa sulle memorie umane e lentamente cancella tutto. Vi ricordate voi il timbro di voce de' vostri morti?
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Si pu dire che il mondo, a periodi,  assetato di originalit: si pu dire le evoluzioni storielle hanno il loro riscontro nelle evoluzioni dell'arte, e che i periodi fatali del Ferrari, preparazione, rivoluzione, reazione e sosta si riproducono, se non con precisione regolare di misura certo con precisione di evoluzione in tutti i campi della attivit umana. Al tempo in cui la Malibran apparve, l'arte si trovava appunto in uno di quei periodi di febbre nei quali ogni novit, purch porti un certo suggello artistico  bene accetta, cercata.
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Il classicismo bastardo dell'impero aveva finito il periodo di preparazione, oramai maturo, annunciava la rivoluzione dei romantici. In teatro, per non dir altro, regnava sovrana Giuditta Pasta, attrice grande, ma che posponeva l'ispirazione alla correttezza. La Sonntag, cresimata rivale della Malibran, fredda, quasi meccanica nella esecuzione, senz'anima e senza calore, colpita poi nel cuore e trascinata dalla corrente rivoluzionaria, doveva anch'essa abbandonare la correttezza per l'ispirazione e riscuotere l'applauso sincero della sua stessa rivale. Il segreto dei trionfi della Malibran sta appunto in questa rispondenza delle artiste.
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La conversione della Sonntag prova i gusti del pubblico, e l'apoteosi della Malibran prova la sua invidiabile adattazione a questi gusti di novit artistica. Ella fu grande perch il suo organismo di cantante e di attrice rispose perfettamente ai nuovi bisogni dell'arte rispetto alle variate condizioni del gusto negli spettatori. Se avesse imitato la Pasta, sarebbe stata una cantatrice di secondo ordine; ma perch non imit, aiutata dallo studio e dalla natura, giunse a quella fama che dura ancora nella tradizione.
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 E questo esempio non dovrebbe esser dimenticato da quelli che nell'arte non vedono che un eterno succedersi di imitazioni, una copia continuata di forme e di tipi antichi, vecchi appunto perch antichi e disadatti al tempo ed al gusto presente. Tutto questo non risulta gi dalle scomunicate riflessioni di qualche maestro rivoluzionario, di qualche apostolo della musica dell'avvenire. Tutt'altro. Risulta dalle confessioni di un illustre uomo che ha sessantaquattro anni, che siede all'Accademia francese da venticinque, e che non  noto certo per indisciplinatezza d'ingegno. Risulta da un opuscolo di Ernesto Legouv pieno di curiose riflessioni e di quegli antichi aneddoti che oggi hanno pi fortuna della storia severa e togata.
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Il Legouv, persuaso di non saper capire e gustare la musica e pure reagendo contro questa persuasione che gli veniva dai discorsi di famiglia pi che altro, vegetava, dic'egli, nelle regioni temperate della musica d'opera comica, fino al giorno in cui un incontro improvviso cambi subitamente il suo gusto in una passione e lo trasport subito nelle pi alte regioni dell'arte. Da queste parole sue si capisce che la pretesa iniziazione spetta per met all'artista che seppe rispondere all'aspettazione dell'ascoltatore stesso, il quale, stanco di un'arte invecchiata che non poteva pi rispondere alla preparazione de' suoi sentimenti, trov e seppe capire la belt del nuovo, la giustezza dell'originalit e la equivalenza della evoluzione dell'arte con la evoluzione del gusto. Questa interpretazione quasi fulminea di un ciclo artistico, avvenuta in una mente inconsciamente preparata, scaturisce con evidenza dal racconto che ci fa il grave accademico.
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"Allora si parlava molto a Parigi dell'arrivo di una giovine cantatrice, figlia del celebre tenore Garcia, moglie di un negoziante americano il signor Malibran, e che si annunziava come rivale della Pasta. La mia buona fortuna mi condusse al Conservatorio di musica ad un concerto di carit, il giorno in cui ella cantava a Parigi per la prima volta. La folla era grandissima e l'aspettazione viva. Sul palco, tra le dame patronesse, la nuova arrivata era nulla di straordinario nella sua persona e nella sua fisonomia. Sotto il piccolo cappuccio color di malva, in cui nascondeva mezzo il viso, rassomigliava ad una giovine miss. Venuta la sua volta di cantare, si alz, si tolse il cappello e and verso il pianoforte, poich doveva accompagnarsi da s. Seduta appena, cominci la trasformazione.
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Prima di tutto la sua acconciatura sorprese per la sua semplicit: nessun riccio, nessuna sapiente architettura di capelli; la pettinatura liscia disegnava la forma della testa. Aveva la bocca un po' grande, il naso un po' corto, ma un ovale di faccia cos bello, un disegno di collo cos puro, che la bellezza dei lineamenti era compensata dalla bellezza delle linee, e finalmente certi occhi come non se ne erano visti da Talma in qua: degli occhi che avevano un'atmosfera. Virgilio ha detto natantia lumina somno, occhi che nuotavano nel sonno: ebbene, Maria Malibran aveva, come Talma, certi occhi che nuotavano non so che in qual fluido elettrico, dal quale lo sguardo prorompeva luminoso e insieme velato, come un raggio di sole che traversa una nube. I suoi sguardi parevano pieni di malinconia, di pensiero e di passione.
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"Cant la romanza del salice nell'Otello. Alla ventesima battuta il pubblico era vinto: alla fine della prima strofa era inebbriato; alla fine del pezzo era ammattito. Per me, provai la sensazione di uno che sia nella navicella di un pallone tenuto dalla corda, quando lo lasciano andare. Un momento prima egli dondolava placidamente a pochi metri dal suolo, ed ecco ad un tratto slanciato come una freccia nell'immensit dei cieli. Ella mi appare improvvisamente come la interprete pi pura, pi patetica della poesia dell'amore e del dolore. Mi si apr davanti un nuovo mondo, il mondo della grande musica drammatica; e le rappresentazioni della Semiramide, della Gazza Ladra, del Tancredi compirono la mia iniziazione. Il genio di Rossini e il talento della Malibran m'avevano iniziato".
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Questo capita a molti. Si era dubbiosi e tediati in certe formule artistiche discutendo a freddo, sofisticando di estetica, senza altre convinzioni che quelle procedute da faticosi ragionamenti, quando ad un tratto ci troviamo innanzi ad un'opera, ad un quadro, ad un volume che ci squarcia i veli del tempio davanti agli occhi, e gridiamo: ecco il mio maestro, il mio pittore, il mio poeta!
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Quando poi tutta una generazione, stanca dell'antico che non gusta pi e che capisce appena, aspetta la buona novella e vede il messia compiere i miracoli, l'entusiasmo prorompe, trasmoda, e fa commettere le pazzie che si commisero per la Malibran. Tutto sta che il messia venga al momento opportuno e che bandisca le dottrine e compia i miracoli necessari e adatti alle aspirazioni del popolo eletto. Siamo sinceri, chi impazzirebbe oggi per la Malibran nel Tancredi? Se fossero giorni di crisi ministeriale, ci sarebbe il caso di trovare il teatro vuoto. Gli entusiasmi, le frenesie romantiche sbollirono, e comincia l'era del positivismo. Ogni cosa a suo tempo, anche le manifestazioni dell'arte.
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Maria Malibran, che aveva il canto e l'azione pieni di passione, era l'artista che ci voleva per quella generazione di romantici che portarono la passione nell'arte. Obbediente all'impulso interno, non usava i gesti solennemente tragici che le sue rivali studiavano davanti allo specchio, ma si incarnava profondamente nel personaggio rappresentato, senza calcoli antecedenti, come voleva l'ispirazione del momento. L era grande, e i vecchi narrano che veramente atterriva gli spettatori quando nell'ultimo atto dell'Otello percorreva il palcoscenico scapigliata, cercando uno scampo. Questi suoi impeti, queste sue improvvisazioni giuste, ma originali, avevano l'illusione della verit e colpivano profondamente un pubblico avido di originalit e di passione. Il pubblico trovava l'artista delle sue aspirazioni, e l'artista, rispondendo cos ai bisogni del pubblico, seguiva l'impulso ricevuto dalla preparazione paterna.
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Il tenore Garcia era impetuosissimo. La fanciullezza e l'adolescenza della Malibran furono tormentate dalle violenze paterne, e quando nell'ultimo atto dell'Otello rendeva cos bene lo spavento della morte, rendeva le sensazioni provate quando la prima volta cant col padre l'Otello. Garcia le aveva detto:-Se canti male, all'ultimo atto ti ammazzo davvero.-In scena egli l'afferr mentre fuggiva e sguain l'arme; ed ella, piena del suo doppio personaggio di artista e di figlia, quando si vide sopra gli occhi terribili del padre, credette proprio di dover morire, si dibatt e morsic fino al sangue la mano che la teneva stretta, Garcia grid di dolore, e il teatro, credendo di udir l'urlo furibondo di Otello, scoppi in applausi. Cos ella era quel che la faceva il teatro, tanto fortemente presa dalla situazione drammatica, che ne era come invasata. Non poteva indicar prima quel che farebbe in scena, perch nemmeno lei lo sapeva, e diceva ai parecchi tenori che cantarono l'Otello con lei: "Afferratemi dove potete all'ultima scena, perch in quel momento non posso rispondere de' miei movimenti."
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A questa subitanea ispirazione d'artista dovette anche la sua riconciliazione col padre. Il Legouv narra questo episodio, al quale fu presente: "La violenza del padre aveva fatto sorgere troppe tempeste nelle relazioni loro. Erano rotti mortalmente tra loro e divisi da lungo tempo, quando Garcia, vecchio oramai e cupo, arriv a Parigi. Si mise assieme una rappresentazione al Teatro italiano e si lesse sul cartello: il signor Garcia sosterr la parte di Otello, e la Malibran quella di Desdemona. C'ero anch'io, quella sera, e non ho mai visto pi fremente aspettazione di pubblico.
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Venne Garcia, venne la Malibran, poi Lablache che faceva da padre. Fosse la presenza della figlia o altro, il vecchio leone ritrov i sublimi ruggiti della sua voce possente. Ella stessa elettrizzata, commossa da questo ravvicinamento pieno di patetiche amarezze, nel primo atto, nel delizioso duetto colla nutrice, nel finale, trov accenti di malinconia disperata, come un'eco anticipata della romanza del salice; e la tela cadde tra un uragano di applausi.
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Dissi cadde... ma aspettate. Nel finale, Otello era alla dritta dello spettatore, vicino alla quinta, e Desdemona alla sinistra vicino anch'essa ad una quinta. Ora, mentre cadeva la tela, anzi quando la tela fu a poca distanza da terra, vidi i piedi di Desdemona rivolgersi improvvisamente e correre verso i piedi di Otello. Scoppi una formidabile chiamata, la tela si alz, ricomparvero insieme, solo che erano neri tutti e due. Gettandosi nelle braccia del padre ella s'era tinta il viso nel nero di Otello. La cosa era comica! Ebbene, non rise nessuno. Capirono tutti in teatro quel che c'era di commovente in quello spettacolo, non videro il grottesco, ed applaudirono freneticamente questo padre e questa figlia, riconciliati dall'arte, dal talento, dal trionfo loro. S'erano abbracciati in Rossini."
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Ma basta. Che cosa resta di questa artista che fu tutta del suo tempo, che fu l'idolo adorato di una generazione intera?
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Restano immortali le sole strofe del Musset:
O Ninette! o sont-ils, belle muse adore,
Ces accents pleins d'amour, de charme et de terreur,
Qui voltigeaient le soir sur ta lvre inspire
Comme un parfum lger sur l'aubpine en fleur?
Ou vibre maintenant cette voix plore
Cette harpe vivante attachee  ton coeur?
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FINE Parte 1.